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Il Giardino dei Giusti del Mondo di Padova


“Dopo i Genocidi degli Armeni (1915-1916) e degli Ebrei (1940-1945) è maturata nel mondo la consapevolezza di chi siano i Giusti.

Il Comune di Padova, sul modello ideale di quanto realizzato a Gerusalemme con il Giardino dei Giusti della Shoah (Yad Vashem), a Erevan con il Giardino dei Giusti degli Armeni, e a Sarajevo con il Giardino dei Giusti della Bosnia, istituisce il Giardino dei Giusti del Mondo di Padova, per tener vivi e trasmettere la memoria e i valori di quanti si sono opposti ai genocidi a partire dal XX sec. e che per tale ragione vengono denominati Giusti.”

Questo è quanto recita l’introduzione dello Statuto del Giardino dei Giusti del Mondo, ufficialmente inaugurato il 5 ottobre 2008, con la messa a dimora di dieci piante dedicate a dieci Giusti di quattro diversi genocidi: Armenia, Shoah, Ruanda, Bosnia.

Il Comitato scientifico, che ha il compito di curarne le attività, si è insediato nel febbraio del 2008 ed è composto da Flavio Zanonato (Presidente), Giuliano Pisani (Vicepresidente), Simona Pinton, Renato Pescara, Mario Jona e Vartan Giacomelli. Funge da segretaria Federica Fasolo.

Il progetto della creazione del Giardino dei Giusti del Mondo nacque nel 2000 in seno ad uno storico Convegno Internazionale di Studi il cui titolo si è ispirato ad una frase di Hannah Arendt: “There is always an option to say Yes or No” ovvero “Si può sempre dire un SÌ od un NO: i giusti contro il genocidio degli Armeni e degli Ebrei”, organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova in collaborazione con il “Comitato per la Foresta Mondiale dei Giusti” (Ga.Ri.Wo) di Milano. All’iniziativa diedero il loro patrocinio l’Università agli Studi di Padova e la “Fédération Internazionale des Droits de l’Homme”.

In questa circostanza, per la prima volta, armeni ed ebrei si sono trovati affiancati non solo a ricordare i rispettivi genocidi, ma soprattutto a tener viva la memoria di coloro che, pur non facendo parte del popolo dei perseguitati, si sono schierati incondizionatamente dalla parte delle vittime e, a rischio della vita, hanno operato per la loro salvezza o per denunciare e far conoscere al mondo la verità storica. Vennero definiti “i puri folli”animati da “una bontà insensata”; in realtà persone apparentemente come tante altre, che nella maggior parte dei casi per anni sono vissuti nell’anonimato e che, come ebbe a dire Franco Perlasca, agirono in tal modo solo perché non avrebbero potuto fare diversamente, poiché era una questione di coscienza.

Dal 2008 ad oggi a Padova sono stati complessivamente commemorati trenta Giusti, cui sono state dedicate trenta piante diverse: Giusti per gli Ebrei, per gli Armeni, per il genocidio ruandese e per quello perpetrato in Bosnia.

 

Per gli Armeni, nei tre anni dalla fondazione, sono stati insigniti del titolo di Giusti:

- Giacomo Gorrini: Console di Trebisonda al tempo del genocidio, testimone oculare degli eventi, compì ogni possibile tentativo per salvare almeno donne e bambini, ma con risultati purtroppo limitati. Tuttavia una volta in Italia, divenne una delle voci di denuncia più forti ed efficaci, tanto che con il suo operato contribuì al riconoscimento del genocidio come crimine di diritto internazionale. (5 ottobre 2008)

- Armin Theophil Wegner: sottotenente tedesco in Mesopotamia durante il conflitto mondiale, nonostante il rigido divieto delle autorità e gli enormi rischi, scattò centinaia di fotografie nei campi di raccolta dei deportati, fornendo la più ampia documentazione fotografica del genocidio. Una volta rientrato in Germania, continuò una strenua azione di denuncia, lottando per render giustizia al popolo armeno. (5 ottobre 2008)

- Ayse Nur Zarakolu: intellettuale ed attivista per i diritti umani nell’odierna Turchia ha lottato fino alla morte, avvenuta nel 2002, per il riconoscimento del genocidio armeno, pubblicando assieme al marito libri sull’argomento tutt’oggi tabù nel suo Paese. (5 ottobre 2008)

- Hasan Amca: ufficiale di origine carcassa, operò efficacemente per salvare oltre un migliaio di armeni dallo sterminio e per denunciare, con determinazione e coraggio, gli orrori commessi dalle autorità ottomane. (18 ottobre 2009)

- Elizabeth e Jakob Künzler: testimoni oculari del genocidio ed operatori sanitari ad Urfa, esponendo sé stessi ad enormi rischi, prestarono aiuto ad un grande numero di armeni, assistendo malati e feriti e salvando molti orfani. (18 ottobre 2009)

- Henry Morgenthau: ambasciatore statunitense a Costantinopoli dal 1913 al 1916, fece quanto era in suo potere per cercare di bloccare il progetto genocidario e, una volta tornato negli Stati Uniti, denunciò con la massima risonanza il crimine umanitario commesso in Anatolia. (17 ottobre 2010)

- Hrant Dink: scrittore e giornalista armeno e cittadino turco, si è battuto con determinazione per la costruzione di un dialogo tra armeni e turchi, per la crescita democratica del suo Paese e, nella rivista bilingue armeno-turca da lui fondata – Agos –, ha trattato senza reticenze il tema del genocidio armeno. È stato assassinato da un giovanissimo sicario, di fronte alla redazione del suo giornale, il 19 gennaio 2007. (17 ottobre 2010)

L’area in cui sorge il Giardino è in località Terranegra, di fronte all’area in cui sorgono il Tempio dell’Internato Ignoto e il Museo dell’Internamento. Il terreno confina con un argine. L’idea è di continuare il giardino, salendo con le piante sull’argine e proseguendo lungo il Bacchiglione, per creare una Via dei Giusti, che potrebbe arrivare fino alla foce, al mare.

(documentazione "Il Giardino dei Giusti del Mondo di Padova )

 

I Giusti del Mondo: Padova 2010

Il 17 ottobre 2010 molti cittadini padovani e non, si sono dati appuntamento alle 11.30 al Giardino dei Giusti del Mondo, e successivamente nel pomeriggio, alle 16.00, nell’imponente salone del Palazzo della Regione, per rendere doveroso omaggio alle figure di dodici Giusti – uomini e donne che, con limpido, disarmante coraggio hanno scientemente rischiato, e in taluni casi dato la vita, per salvare, proteggere, soccorrere altri uomini e donne, in momenti in cui la tenebra della ragione ha generato mostri quali massacri, stragi, genocidi.

Al mattino le note biografiche dei Giusti sono state lette da un gruppo di studenti                                         e il giovane coro “Piccola Harmònia” ha impreziosito la cerimonia, presieduta, come prassi dalle autorità cittadine. Il contributo degli studenti ha lasciato un segno positivo, perché per i giovani è fondamentale capire l’importanza del saper operare scelte libere, scegliendo consapevolmente tra il bene e il male, senza cader prede, e vittime, di strumentalizzazioni di massa.

Il pomeriggio ha visto l’esibizione di un gruppo di musicisti affermati – il “Terezin Ghetto Requiem” – che ha proposto brani musicali classici, principalmente dedicati alla Shoah.

I premi sono stati in massima parte ritirati da figli, mogli, nipoti, sorelle, con composta commozione e palese emozione: due per il genocidio ruandese, otto per quello ebraico, mentre per l’Armenia sono stati riconosciuti Giusti Henry Morgenthau e Hrant Dink. Il noto ambasciatore statunitense, le cui memorie saranno a breve pubblicate in italiano, è stato ricordato da Pietro Kuciukian, Console Onorario d’Armenia, che ne ha ritirato il premio, in luogo del nipote, ormai anziano, residente a New York.

Per il gruppo armeno il momento sicuramente più importante è stato l’incontro con Rachel Dink, vedova del giornalista assassinato nel 2007. La frase, spesso banalmente abusata, “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”, qui è quanto mai legittima. Rachel ha colpito tutti: con semplicità, dolcezza, a tratti affettuosa ironia, ha tratteggiato un ritratto del marito. Un fatto è emerso senza ombra di dubbio: Hrant sapeva che il suo grande progetto di creare le condizioni per una reciproca comprensione e serena convivenza tra armeni e turchi a seguito di un consapevole riconoscimento del genocidio da parte turca, era un’azione che sarebbe stata giudicata indegna, abominevole, dai nazionalisti turchi, e quindi oltremodo pericolosa. Le minacce da parte degli estremisti si erano fatte sempre più precise, sistematiche, ma nonostante fosse stato lasciato totalmente indifeso, Hrant Dink non si è fermato. Credeva fermamente che bisognasse continuare a costruire una coscienza critica nel suo Paese, condizione indispensabile per porre le fondamenta di una vera democrazia. “Qualcuno deve pur farlo”, disse a Rachel, e lei fu d’accordo, pur capendo che per tale assenso avrebbe potuto pagare una prezzo incolmabile, per tutta la vita.

 

 

 

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