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Novità librarie
a cura di Sandra Fabbro Canzian

 

 

La Santa Sede e lo Sterminio degli Armeni nell’Impero Ottomano
Dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano e dell’Archivio Storico della Segreteria di Stato
di Valentina Vartui Karakhanian e Omar Viganò
Prefazione di Antonia Arslan
Ed. Guerini e Associati, Milano 2016

Mentre le stragi e le deportazioni delle minoranze cristiane d’Anatolia erano in atto durante il primo conflitto mondiale, molte furono le testimonianze e documentazioni trasmesse ai rispettivi governi da diplomatici, membri del clero, professionisti occidentali, al fine di bloccare la macchina genocidaria. Basti pensare al noto Blue Book del Visconte Bryce e dello storico Toynbee, le denunce mezzo stampa del console italiano Giacomo Gorrini, i coraggiosi interventi del Pastore Johannes Lepsius. Alcuni dispacci poterono giungere a destinazione perché la Santa Sede - nazione neutrale – funse da tramite, consentendo in alcuni casi di eludere le maglie della censura politica.  
Ma il ruolo giocato dallo Stato del Vaticano fu molto più significativo ed in alcune fasi determinante da un punto di vista politico, diplomatico e umanitario. Questo prezioso libro ci consente, per la prima volta, di accedere ad una vasta mole di documenti che attestano la fitta rete di comunicazioni tra la Santa Sede e delegati apostolici, vescovi, missionari, ma anche laici e diplomatici, che denunciavano la gravità della situazione, invocavano l’intervento del Santo Padre o concertavano piani diplomatici d’intervento, al fine di salvare le popolazioni armene, sire, caldee, maronite perseguitate.  
Il principale artefice di questa fattiva azione diplomatica, durante tutti gli anni della guerra, fu il Nunzio Apostolico di stanza a Costantinopoli, Angelo Maria Dolci. Giunto nella capitale ottomana, dopo un lungo e travagliato viaggio, il 1 dicembre 1914, si trovò subito ad affrontare una situazione complessa, essendo posto in una consuetudinaria posizione di inferiorità dagli omologhi francesi, ed avendo subito toccato con mano un atteggiamento ostile da parte germanica. Nonostante le premesse scoraggianti, monsignor Dolci dà subito prova di determinazione, chiarezza d’intenti e spiccate qualità diplomatiche, nel condurre le proprie trattative. L’intuito nel comprendere le personalità dei potenti interlocutori, una cultura che abbraccia anche gli usi, le tradizioni, la mentalità del popolo turco, gli sono stati di aiuto, in situazioni particolarmente scoraggianti. Basti pensare alla paziente e sapiente trattativa condotta per consegnare, il 27 ottobre 1915, proprio nelle mani del sultano Maometto V, e non in quelle di un improbabile intermediario, la lettera autografa di Papa Benedetto XV, in cui il Pontefice faceva appello al senso di giustizia ed umanità del sovrano, affinché intervenisse per far cessare le stragi e le deportazioni dei cristiani e degli armeni in particolare. Lettera che sortì, almeno in parte l’effetto sperato, soprattutto a beneficio degli armeni cattolici.
Le numerose missive che monsignor Dolci invia alla Segreteria di Stato e ad altre autorità ecclesiali, sono un’interessante lettura, non solo dal punto di vista storico specifico, ma offrono uno spaccato degli ambienti statali ottomani, dall’abbigliamento, al cerimoniale e alle croniche inevitabili lungaggini. In alcune missive, non mancano alcuni spunti ironici, osservazioni salaci sui comportamenti, sul modo di esprimersi “alla turca”, ovvero sulle mezze verità, che avevano lo scopo di nascondere quanto avveniva dietro le quinte, ma che a Angelo Maria Dolci non sfuggivano di certo.
I due autori collocano la vasta documentazione qui selezionata in ordine cronologico, dal 1915 fino alla fine della guerra, fornendo alcune fondamentali informazioni sul contesto storico e politico in cui il carteggio fu intrecciato. La rivelazione di queste carte, rimaste fino a pochi mesi fa chiuse negli archivi vaticani, non solo rappresenta un’ulteriore elemento di  prova del genocidio armeno voluto dal Governo Ottomano, ma permette di conoscere l’ampia opera svolta dalla Chiesa di Roma a favore delle popolazioni perseguitate. Tra i diversi dati, apprendiamo che alla prima lettera del Pontefice al Sultano, ne seguirono altre due, e che Benedetto XV, a guerra conclusa, rivolse un appello anche al Presidente americano Wilson, affinché perorasse la causa di uno Stato Armeno indipendente. Tutti fattori, che ci fanno comprendere ancora meglio, le ragioni per cui Papa Benedetto XV è stato proclamato Giusto per gli Armeni, e il suo nome è impresso nel Muro della Memoria , sulla Collina delle Rondini a Erevan.


 

LETTERA A UNA RAGAZZA IN TURCHIA
di Antonia  Arslan
Ed. Rizzoli, Milano 2016

Sono momenti bui questi, per la Turchia, momenti di sconcerto e grave preoccupazione per chi crede che libertà e democrazia siano beni irrinunciabili, per ogni popolo, per ogni essere umano. Come può vivere questi momenti una ragazza turca di oggi, che vede erodersi, giorno dopo giorno, una serie di diritti, di certezze che aveva dato per scontate? Dove trovare la forza e la guida per lottare contro il corso imposto agli eventi?
Antonia Arslan rivolge idealmente a lei questa sua nuova opera: un’opera preziosa, come un’antica filigrana, in cui ogni minimo particolare – ogni parola, ogni segno d’interpunzione – sono scelti con cura, mai casuali, mai sostituibili. Questa ragazza turca è ignara del passato della sua patria, ma non è responsabile di tale ignoranza: per generazioni “la ferrea cupola ufficiale della menzogna di Stato” ha impedito che la verità venisse a galla. Antonia allora la prende per mano e con ricchezza di particolari, con parole chiare e mai rancorose, le svela una pagina di storia sconosciuta, probabilmente sconvolgente, ma l’intento non è quello di turbarla: l’intento è di infonderle una forza, una consapevolezza ed un coraggio nuovi. “Trovare le ragioni e la forza per sopravvivere” è un obiettivo molto difficile, e gli esempi lasciati dalle storie di Hannah, Iskuhi e  Noemi – tre donne di Turchia, tre donne armene – sono le guide da seguire. Perché ebbero coraggio, capacità di sognare e coerenza.  
Non sono personaggi di fantasia: Hannah, sopravvissuta alle deportazioni, divenne, grazie ad una positività mentale e ad una tenacia senza eguali, una grande imprenditrice negli Stati Uniti; la bisnonna Iskuhi sognava di creare tante scuole per i bambini armeni, ma morì giovanissima di parto, senza poter crescere nemmeno i propri figli; la bella Noemi non si piegò alle offerte di protezione, lugubri e velenose del bugiardo Sahib e piuttosto che cedergli, preferì lasciarsi sparire nel mare di Trebisonda.
Lettera a una ragazza in Turchia riallaccia un discorso iniziato nel 2004, con La masseria delle allodole, continuato nel 2009, con La strada di Smirne e nel 2015 con Il rumore delle perle di legno. La storia della famiglia Arslanian, continua ad essere scavata, scoperta e rivelata, senza però  restare chiusa nel suo piccolo guscio, ma essendo parte di quel popolo che edificò fragili regni e solide chiese di cristallo. A far nascere questo libro, come avvenne per La masseria delle allodole, sono state quelle “anime perdute” che, arrivando “da tutte le parti”, si sono presentate ad Antonia, “senza pregare, senza minacciare, solo mostrandosi”, e hanno chiesto di essere ricordate,  posando sulle sue spalle il “peso inflessibile del popolo scomparso.” Ma chissà quante lettere, quanti documenti, quante vecchie foto, quanti bigliettini apparentemente insignificanti, sono ancora sepolti nel fondo di qualche antico mobile…per far luce su altre vicende.
Anche qui, come ne La masseria l’ultima pagina si chiude con le parole “…ma questa è un’altra storia.” Parole non casuali. Allora arrivò, di lì a non molto La strada di Smirne. Ora noi attendiamo, augurandoci che questa felice chiosa finale ci regali presto una nuova opera, per stupirci e farci riflettere.

 

 

I DISOBBEDIENTI Viaggio tra i giusti ottomani del genocidio armeno
di Pietro Kuciukian – Prefazione di Marcello Flores
Edizione Guerini e Associati, Milano, 2016

Nel suo precedente libro Voci nel deserto (Ed. Guerini e Associati, 2000), Pietro Kuciukian ci ha fornito un quadro molto esaustivo su coloro che egli definisce “testimoni attivi”del genocidio armeno: si tratta, nella maggior parte dei casi, di occidentali presenti sul posto al momento delle stragi e delle deportazioni, che hanno cercato di intervenire in soccorso dei perseguitati e hanno denunciato al mondo quanto stava avvenendo. Diplomatici, missionari, intellettuali: tra i più noti  l’ambasciatore statunitense Morgenthau, il console italiano Gorrini, la missionaria danese Karen Jeppe e l’intellettuale tedesco Armin Wegner, il più conosciuto ed amato, per aver fornito in tempo reale la più vasta documentazione fotografica sui campi di detenzione e sulle deportazioni.
Qui invece abbiamo tra le mani una ricerca su turchi, curdi, arabi di fede islamica, che in misura e  modalità diverse, cercarono di bloccare la macchina genocidaria e prestarono soccorso ai perseguitati. Quest’opera è doppiamente importante, in quanto non solo fornisce ulteriori dettagli storici sull’intera vicenda, ma fa emergere un dato fondamentale: non tutti i funzionari dello Stato ottomano approvavano le disposizioni emanate dall’alto, e non tutta la popolazione civile si lasciò manipolare dalla virulenta propaganda antiarmena messa in atto dal Governo. I “disobbedienti” di cui parla l’autore furono sindaci, prefetti ed altri ufficiali governativi che non eseguirono gli ordini di deportazione, che crearono, ove possibile, condizioni di sopravvivenza più accettabili agli internati nei campi, che escogitarono astuti pretesti per intralciare l’iter prefissato. Alcuni pagarono con la vita la propria disobbedienza, altri furono destituiti, trasferiti e comunque messi alla gogna come sudditi infedeli e nemici dello Stato. A singoli individui - come ad esempio il sindaco di Malatya Mustafa Ağa Azizoğlu o il kaimakan di Diyarbakir Rachid Bey -  si aggiungono semplici gendarmi, tanti anonimi cittadini ed intere comunità, come avvenuto a Konya, Varto, Sivas. È necessario rammentare che il Ministero degli Interni aveva emanato precise ordinanze con cui si proibiva di prestare aiuto agli armeni ed ogni atto in tal senso sarebbe stato punito con la fucilazione: dato reso ampiamente noto alla cittadinanza attraverso i banditori locali, e non solo con avvisi scritti. Chiaramente in nessun caso fu possibile bloccare totalmente gli atti criminosi, le violenze e la deportazione, ma si verificarono molti significativi salvataggi.
Questo libro è il risultato di una lunga, accurata e non facile ricerca, che si è svolta su due fronti: al lavoro d’archivio e bibliografico, si è aggiunto – com’è nello stile di Kuciukian – un lavoro svolto sul posto. In sella dell’immancabile motocicletta ed accompagnato dalla coraggiosa consorte, ha percorso migliaia di chilometri in Turchia, visitando quelli che un secolo prima erano stati i luoghi dei massacri, dove erano transitate le carovane della morte o dove un tempo erano vissute molte prospere comunità armene. Ci sono stati talvolta momenti poco piacevoli, nel corso di questo “viaggio nella memoria”, come lo definisce l’autore. Momenti di pericolo e paura, per l’aperta, minacciosa ostilità degli abitanti, che chiaramente non gradivano questi “intrusi”che ponevano strane, inopportune domande. Ma ci furono anche momenti in cui i due viaggiatori furono accolti con “disinteressata amicizia”, pur essendo stati chiaramente identificati come armeni.
I nomi qui riportati sono davvero molti, almeno 150, ognuno con il proprio contributo e le ragioni che li hanno portati a scegliere, in libertà di coscienza, da che parte stare. Queste storie non sono importanti solo per gli armeni, ma dovrebbero esser rese note anche a quell’opinione pubblica turca che continua ad essere fedele al negazionismo ufficiale. Se si apprende che un numero così considerevole di turchi ottomani dissentì allora, in nome di principi etici, umanitari e religiosi, ritenendo che quanto stava avvenendo fosse contrario ai dettami del Corano, l’intera questione potrebbe esser rivista con maggior serenità dai turchi di oggi. Si scopre infatti che non esiste un unico punto di vista su questa pagina di storia - il punto di vista armeno, occidentale e cristiano,- ma un punto di vista ignorato fino a poco tempo fa: quello di molti cittadini ottomani non armeni, un punto di vista autorevole, su cui non si deve permettere che cali l’oblio o che sia considerato non degno di rispetto e valore storico, perché sbrigativamente attribuito a traditori, sudditi infedeli o schegge impazzite.

 

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RACCONTAMI DEI FIORI DI GELSO
di Aline Ohanesian
Garzanti Ed. Milano 2016

Il titolo originale di questo coinvolgente romanzo, non privo di un’aura di mistero e di talune rivelazioni ad effetto, è Orhan’s Inheritance, ovvero “L’eredità di Ohran”: ed è attorno alla parola eredità che può esser costruita la chiave di lettura di questa articolata vicenda. Potremmo scriverla al centro di una di quelle mappe concettuali tanto usate dagli studenti di oggi e porre, alla fine dei diversi raggi che da essa dipartono, una serie di tasselli concatenati, da un unico filo che inizia nel 1915 in Anatolia e termina nel 1990, in Turchia e in California.
Eredità è inizialmente quella materiale, le proprietà che un nonno trasmette, per volontà testamentarie, al nipote prediletto, ma anche ad una sconosciuta, di cui nessuno in famiglia sembra aver mai sentito parlare. Inizia da parte del giovane Orhan la ricerca di questa misteriosa e scomoda beneficiaria. Una ricerca che da una ristretta faccenda di famiglia, si allarga alla storia di due popoli, l’armeno e il turco. Orhan, pur essendo un turco tutt’altro che schierato con il potere centrale dello Stato – ha subito il carcere duro e la tortura per ragioni politiche – prova la ritrosia comune ai suoi concittadini e coetanei, nell’affrontare la questione del genocidio armeno. Nel doverne, suo malgrado, parlare mentre si trova negli Stati Uniti, dice di non saperne nulla, se non che “in guerra accadono brutte cose.” Del resto per lui, le situazioni che hanno determinato lo sterminio degli armeni di Turchia sono, come dice l’autrice, “una nota sperduta a piè pagina nella storia della fondazione della Repubblica.” Eredità diviene quindi la scoperta di un passato remoto, per il giovane, un passato tragico al di là di ogni immaginazione, e che, per quanto lontano, egli capisce appartenergli, in una qualche misura.
Per l’anziana Seda-Lucine invece eredità è un peso insostenibile, che non è riuscita a scrollarsi di dosso, per quanto abbia caparbiamente lottato, nel corso di una lunga vita; quando finalmente s’era illusa di esserci riuscita, ecco che il passato riemerge, attraverso questo sconosciuto, ignaro giovanotto turco, e tutto si ripresenta, come se fosse ieri, lucidissimo, indelebile, come il profumo avvolgente, emanato dai fiori di un secolare grande albero di gelso, simbolo dell’antica felicità perduta. Seda-Lucine è “un resto della spada”, che deve gestire la sua armenità in quanto parte della diaspora statunitense, coniugandola con un netto, ostinato rifiuto di testimoniare, di raccontare.
Infine troviamo un’altra eredità, forse la più inattesa: il segreto lungamente ed abilmente nascosto di un’anziana turca, che salvò una giovane armena perseguitata, tenendola nascosta per tutti gli anni della guerra e rischiando per questo la vita, ogni giorno.  
Alla fine di questa storia nessuno dei personaggi è più lo stesso di prima: tutti son dovuti venire a patti con una verità rivelata, da cui non si può sfuggire, una verità che dona però loro una pace interiore e una capacità di scelta nuove.

 


ARMENIA OGGI Drammi e sfide in una nazione vivente
di Simone Zoppellaro.  Prefazione di Antonia Arslan
Ed. Guerini e Associati, Milano 2016

L’autore, corrispondente dall’Armenia per l’Osservatorio Balcani e Caucaso, ha vissuto il primo impatto con la realtà armena durante i lunghi soggiorni di studio e professionali in Iran e Siria. Di entrambi i Paesi ci fornisce succinte, ma molto interessanti ed efficaci documentazioni, soprattutto inerenti le rispettive comunità diasporiche armene ivi residenti. Circa la Siria, il quadro è relativo agli anni e mesi immediatamente precedenti lo scoppio del conflitto che sta sistematicamente devastando quella terra, e che tra gli armeni ha provocato decine di migliaia di profughi, di cui 20.000 si sono rifugiati proprio nella piccola Repubblica d’Armenia.
Zoppellaro, una volta arrivato in Armenia, al pari di molti altri, intellettuali e gente comune, afferma: “La fascinazione per quel mondo non mi ha più lasciato, segnando per sempre la mia vita.” Una fascinazione, nel suo caso, dovuta al fatto che si tratta di un Paese che ha “resistito in parte alla mutazione antropologica che ha stravolto per sempre il volto dell’Europa. La cultura di quei luoghi è ancora fatta d’aria, di pietre e tempo.” Ma fascinazione non significa per questo acuto osservatore, non vedere con amarezza i gravi problemi che attanagliano il quotidiano del comune cittadino armeno . L’Armenia, secondo Zoppellaro, è una terra percorsa dall’ “inestinguibile canto della miseria”, ma con un popolo dotato di un’incredibile forza interiore, che ne fa “una nazione povera ma colta, stanca ma invincibile”; è altresì un Paese dominato “dallo strapotere di un ristretto numero di famiglie”, quegli oligarchi che si sono impunemente impossessati delle sue limitate risorse, lasciando al resto della popolazione solo poche briciole. Il giornalista non usa mezzi termini nemmeno quando evidenzia la deriva, a suo parere, sempre più autoritaria assunta dal governo, soprattutto nel reprimere proteste popolari, come quella inscenata per l’aumento ingiustificato e consistente delle tariffe elettriche.
C’è lucidità, chiarezza e passione in queste pagine, che ci forniscono uno spaccato dell’Armenia attuale, con squarci inediti, come quelli sulle celebrazioni per il centenario del genocidio, viste dal cuore della piazza, stando tra la gente, e non mediate attraverso l’occhio asettico di internet o di un’agenzia di stampa.
Speriamo che Simone Zoppellaro continui a raccontarci, tappa dopo tappa, la sua Armenia, che è l’Armenia di quegli armeni, che incontriamo tutti i giorni, negli angoli di questo Paese dal fascino irripetibile.

 

 

LA RAGAZZA DEL MAR NERO
La tragedia dei greci del Ponto
di Maria Tatsos
Edizioni Paoline, Milano 2016  

Sul genocidio armeno del 1915 in questi ultimi anni si è scritto parecchio: saggi storici, diari, testimonianze, opere letterarie. Fonti diverse, adatte a diversi tipi di lettori. Dei greci del Ponto si sa ancora poco o nulla, eppure il loro tragico destino fu molto simile a quello degli armeni. Residenti sin dall’epoca precristiana in una regione del nord dell’Anatolia prospiciente il Mar Nero, subirono le stesse persecuzioni prima da parte dei Giovani Turchi nel 1917, e successivamente per volere di Mustafa Kemal negli anni 1921-1922.
Ad aprire un varco verso questa strada ancora inesplorata giunge questo bel libro di Maria Tatsos, una giornalista italo-greca, che in età ormai adulta scopre le vere origini della propria famiglia e svolge un’accurata ed amorevole ricerca sulla “grande storia” dei greci del Ponto e su quella tutta privata dei propri nonni e bisnonni, approdati in Grecia, in qualità di profughi negli anni ’20.
“Noi siamo di Ordu, in Turchia….quella era la nostra patria,” aveva tentato di dirle un giorno sommessamente nonna Eratò (la ragazza cui il titolo si ispira), rievocandone le bellezze naturali con incolmabile nostalgia; ma allora Maria era troppo giovane e distratta, per prestare sufficiente ascolto a queste poche parole. Poi, alla soglia dei cinquant’anni, quando purtroppo quasi tutti i protagonisti di questa sua storia di famiglia non ci sono più, per lei è venuto il momento del fare memoria.
C’è un inesorabile parallelismo tra il destino degli armeni e quello dei greci del Ponto: due minoranze all’interno dell’Impero ottomano che, dopo la positiva parentesi dei millet, cadono vittime di politiche ultranazionaliste, di interessi economici interni statali, di bramosie di possesso da parte di cittadini comuni, di una propaganda ostile che fa leva sull’intolleranza religiosa e su antichi rancori. Anche le fasi secondo cui i due genocidi vengono attuati sono le stesse: eliminazione degli intellettuali, arresto degli uomini validi per impiegarli in battaglioni di lavoro nei quali vengono prosciugati fino all’ultima goccia di forza, deportazione delle donne e dei bambini, le conversioni indotte per avere salva la vita, le razzie e l’esproprio forzato dei beni dei deportati, le lunghe marce senza acqua né cibo, le stragi in massa di interi villaggi, l’accusa di essere complici del nemico russo.
Eratò, il marito Nikos e il piccolo Christòs, assieme ad un consistente nucleo familiare, sono stati davvero fortunati, poiché hanno trovato, nel corso della loro dolorosa esperienza, dei turchi buoni, degli amici veri che non li hanno traditi per pochi denari, dei funzionari e gendarmi “giusti”, grazie ai quali si sono salvati e non hanno subito le brutali violenze riservate a tanti altri loro connazionali.
Se Maria Tatsos non ha saputo nulla per tanto tempo, dipende anche dal volontario riserbo, dal silenzio che molti greci del Ponto stabilitisi in Grecia si sono autoimposto: molti profughi preferirono, al pari di tanti sopravvissuti armeni, non menzionare i traumi subiti e la natia terra perduta, nemmeno con figli e nipoti.
Oggi è diverso: nel 1994 il Parlamento greco ha istituito la “Giornata della memoria per il genocidio dei greci del Ponto”, che viene celebrata il 19 maggio, e negli Stati dove la diaspora è più numerosa – USA, Canada, Australia e Germania – si organizzano eventi culturali, convegni e viaggi della memoria. L’importante è che anche questo non rischi di essere, agli occhi del mondo, un altro genocidio dimenticato, sconosciuto e soprattutto negato.

 

 

 

HAIGAZ CHIAMAVA  . “MIKAEL…MIKAEL…”
Armenia 1915 – Una testimonianza
di Michel Mikaelian
A cura di Alessandro Litta Modignani – Postfazione di David Meghnagi

Mikael nel 1915 ha circa 13 anni, si sente e si definisce ancora “un bambino.” Vive la felice condizione di figlio amato e protetto nel guscio di in una numerosa, benestante e colta famiglia armena; frequenta con profitto e grandi progetti futuri un prestigioso collegio americano. È comunque un ragazzo semplice – la madre gli raccomanda la “modestia” coniugata con l’impegno costante nel migliorarsi –  è innamorato non solo dello studio, ma anche del sereno mondo rurale, dove trascorre lunghe parentesi estive.
Tutto questo universo però, in un frammento di tempo, viene spezzato, annientato per sempre. Prima è un preavviso: “Noi armeni siamo troppo fiduciosi ed ingenui”, gli dice un vecchio saggio, amato e stimato in tutta la comunità, cercando di far comprendere alla sua giovane mente che invidia, cupidigia, un odio atavico subdolamente malcelato, stanno per arrecare agli armeni nuovi lutti, stragi e distruzioni. Mikael non vuole credere che tanti vicini ed amici turchi possano trasformarsi in carnefici, ma qualcosa comincia a tormentarlo: un malessere psicologico che oggi definiremmo melanconia preadolescenziale. Ma c’è poco tempo per il ripiegarsi su se stessi: la realtà si presenta presto, concreta ed implacabile, come il vecchio saggio aveva previsto.
Il racconto che qui Mikael ci offre, in prima persona, è quello del genocidio del suo popolo e della distruzione della sua famiglia, scanditi tappa dopo tappa: prima gli arresti e la soppressione degli uomini, poi le razzie nelle abitazioni, lo sgomento e la paura che blocca ogni capacità di agire con lucidità per cercare una via di fuga, ed infine gli ordini di deportazione, cui non ci si può sottrarre.  
Mikael ormai non pensa più, non agisce più da bambino. Sotto i suoi occhi si consumano tutti gli orrori che tanti sopravvissuti hanno testimoniato: stupri, suicidi di donne disperate e rese folli dalle violenze subite, rapimenti e il fiume di disperati che muoiono “di tutte le morti del mondo”, come  Armin Wegner ebbe a dire. Il nucleo familiare di Mikael si assottiglia, via via che la marcia procede; si consuma la morte della madre, dopo atroci sofferenze, ma questa era già scritta; si consuma anche il momento che suggerisce il titolo di questo libro. Un momento cui dopo tanti anni Mikael non sa dare una spiegazione razionale, una spiegazione che lo aiuti a perdonare quel “se stesso – bambino”, orfano, stremato, inebetito dalla sete e dalla fame, in cammino da mesi. Erano rimasti solo lui, una vecchia zia, e il fratellino di due anni, Haigaz: fino a poco prima Mikael lo aveva protetto con tutte le sue forze, con tanto amore e determinazione, e poi, improvvisamente lo abbandona, implorante lungo la strada, “senza pietà.” “Io non capisco, proprio non capisco cosa sia potuto accadere dentro di me in quel preciso istante…” Mikael lo definisce un “accadimento unico”, ma noi sappiamo che unico non fu, ce ne furono molte, di decisioni estreme, umanamente non concepibili, durante le marce della morte. Madri che abbandonavano i loro piccoli lungo la via, sentendosi ormai vicine alla fine, e sperando che qualcuno li raccogliesse; madri che si gettavano nei fiumi con i bambini tra le braccia. Ma Mikael sembra ignorare tutto ciò, e comunque non saprà mai togliersi di dosso il senso di colpa per quel gesto devastante.
La vicenda di Mikael ripercorre quella di tanti sopravvissuti: dopo la deportazione, la salvezza a prezzo della schiavitù presso famiglie curde e tuche, la liberazione, il ricongiungimento miracoloso con parenti che si credevano perduti per sempre, la creazione di una vita nuova. Una vita che a Mikael ha riservato periodi di benessere, serenità, prestigio ed altri in cui è stato costretto a ripartire da zero, con forza e con quel saggio distacco dai beni materiali che forse solo chi ha tanto sofferto sa avere.

 

 

ARMENIA DI STRADA
di Pierpaolo Faggi
Ed. Cleup, Padova 2014

Visitare l’Armenia e restare intrappolati dalle diverse suggestioni del paesaggio, dal calore umano del suo popolo, dalle “pietre urlanti” e dalle pietre “cesellate a merletto”, dai monasteri abbarbicati sui monti….è cosa facile, ed ormai esperienza sempre più diffusa – specie se si è in genere inseriti in efficienti tour organizzati. Ma camminare l’Armenia è tutt’altra questione. Con questa bizzarra “licenza letteraria-grammaticale”, fin dalle prime pagine, l’autore ci lascia intendere che la sua non è stata una semplice impresa atletica – un trekking sul lungo percorso in solitaria – ma un percorso dentro ad una realtà, ed un percorso dentro se stesso. Un percorso fatto in un luogo dove “le storie complicate sono normali e vengono vissute come semplici”, dove gli incontri lasciano il segno, dove l’accoglienza è un rito, frugale e solenne.
E così, passo dopo passo, salita dopo salita, imprecazione dopo imprecazione, il nostro entra in un mondo con cui a volte litiga, ma più spesso dialoga con sagacia, profondo rispetto, curiosità, voglia di capire. Pagine e momenti di scoraggiamento, sconforto, melanconia, sono supportate da tante in cui l’ironia, e soprattutto l’auto ironia la fanno da padrone, come quando ci fa la divertente cronaca del suo essersi perso nel bosco e del salvataggio dei provvidenziali pompieri.  
Pierpaolo Faggi ha camminato la sua Armenia, e ce l’ha raccontata, con tante immagini originali, con parole curiose ed insolite, con neologismi di sua invenzione (forse): con questo suo piccolo, profondo ed accurato libro, arricchito dalle illustrazioni da egli stesso create, ha accresciuto la voglia di tornare in Armenia a chi c’è già stato, e certamente ha acceso il desiderio di andarci a chi ancora non la conosce.

 

 

1915: GENOCIDIO ARMENO
di Hasan Cemal  
Prefazione di Antonia Arslan
Guerini e Associati Ed. Milano 2015

Non deve esser stato facile portarsi addosso un cognome tanto ingombrante, storicamente e politicamente parlando. Un nonno osannato dai più, vituperato, sia pur sottovoce, da altri, una figura trasformata in eroe e martire della nazione turca, essendo caduto vittima di un attentato pianificato con cura dal gruppo Nemesis.
Hasan Cemal è nipote di Cemal Pasha, Ministro della Guerra nel 1915 nell’Impero ottomano, uno dei triumviri – assieme a Talaat ed Enver – che progettarono e perpetrarono il genocidio degli armeni d’Anatolia.  
Nato nel 1944, Hasan è inevitabilmente cresciuto con un’immagine mitizzata, in famiglia ed in patria, del nonno paterno. Studia Scienze Politiche all’Università di Ankara e dopo la laurea intraprende una brillante carriera di giornalista. Come è ovvio la questione armena non gli è mai stata estranea, sia sul piano personale che professionale. Ad un certo punto però “il 1915” diviene un interrogativo sempre più pressante, cui non sa e non intende sottrarsi. 
In questo libro molto coraggioso e ricco di materiale inedito, Hasan Cemal, in una sorta di autoanalisi, ripercorre le tappe della propria ricerca sulla verità storica, una verità ostinatamente nascosta dalla Repubblica turca, che ha sempre “fatto vivere tutto il suo popolo nella menzogna”: è stato questo un percorso lento, graduale, non privo di sofferenza interiore, irto di difficoltà, che gli ha causato durissime accuse di tradimento da parte dei connazionali. 
Hasan Cemal rilegge con lucido distacco alcune sue pagine di diario, articoli che scrisse per le principali testate di cui è stato redattore, riporta anche articoli di altri colleghi ed intellettuali e lettere personali ricevute.
Fondamentali si sono rivelati diversi incontri. Alcuni con sconosciuti, come quello con Anton Zor, ultimo abitante armeno del quartiere gavur di Diyarbakir, con cui parla a lungo, nei pressi della chiesa diroccata di Surp Giragas che “stava in uno stato di solitudine”, come il suo unico, sfiduciato frequentatore. Era il 2001. Da allora altri incontri si susseguono, sempre più significativi: Orhan Pamuk, Halil Berktay, Elif Şafak, Fethiye Çetin – per citarne alcuni tra i più noti – ed infine, Taner Akçam, e colui cui questo libro è dedicato: Hrant Dink, il “fratello Hrant”. A proposito di questi ultimi due afferma: “Per quanto riguarda il 1915 Hrant ha aperto la serratura del mio cuore, Taner Akçam quella della mia mente.”
L’assassinio di Hrant Dink crea in Hasan Cemal uno sconforto ed un vuoto profondi, ma l’onestà morale, intellettuale e politica dell’amico fraterno, che ritiene esser stato vittima di uno Stato in cui “gli assassini vengono trattati come eroi e sono protetti da poteri occulti”, lo porta a continuare la via che Hrant  aveva intrapreso ed indicato. Di qui un susseguirsi di scelte determinanti: le posizioni ufficiali assunte, attraverso diversi articoli, contro le autorità, la magistratura, la polizia che volutamente non cercano i mandanti dell’omicidio dello scomodo direttore di Agos; l’essere tra i firmatari della petizione on line con cui trecento intellettuali turchi esprimono partecipazione al dolore del popolo armeno e chiedono perdono per quanto questo ha subito nel 1915; il viaggio a Erevan, ad un anno dalla morte dell’amico Hrant. Un viaggio che vede due momenti ugualmente salienti: la visita al Monumento al Genocidio, ove Hasan Cemal posa i garofani bianchi, presso la fiamma perenne, in ricordo di Hrant, e l’incontro, sereno, pacato con il nipote di uno degli attentatori che uccisero suo nonno, a Tbilisi, nel lontano 1922. Non è stato questo un viaggio strettamente privato, è bene precisarlo. Hasan Cemal era inserito in un gruppo di giornalisti turchi che si recavano nella capitale armena al seguito del presidente Gül in occasione della celebre partita di calcio Turchia-Armenia. E la scelta di recarsi alla Collina delle Rondini non fu né immediata, né facile.  
Infine un altro viaggio, quasi a suggellare un legame più ampio e profondo con il popolo armeno, un viaggio in cui affronta un esame con se stesso, prima ancora che di fronte ad un uditorio che sembra temere più di ogni altro: si reca alla University of California di Los Angeles, dove deve tenere una conferenza alla comunità armena della diaspora statunitense. Teme di non essere creduto, nella sua sincerità, nelle buone intenzioni, teme, paradossalmente di usare la parola “genocidio”, quasi dalle sue labbra fosse sentita come una profanazione: è il 2011. Poi la usa, quella fatidica parola che nessun presidente USA ha mai osato pronunciare, e non solo si sente calorosamente accolto, ma qualcuno gli chiede con preoccupazione: “Ha usato quattro volte la parola genocidio. Non ha paura?” Evidentemente Hasan Cemal non ha paura, altrimenti farebbe il gioco di “coloro che hanno fatto vivere nelle tenebre” generazioni di turchi, di “coloro che vogliono che continui nel Paese la paura della verità. Poiché lo sanno benissimo: la verità rende libera la gente.” Hasan Cemal con questo libro sta lottando per la libertà e la democrazia nel suo Paese.

 

 

MAYRIG
di Henri Verneuil  traduzione di Letizia Leonardi
Divinafollia Edizioni, Caravaggio (BG) 2015

Chi ha avuto la fortuna di vedere i due bellissimi film  Mayrig e Quella strada chiamata paradiso (588 rue Paradis in originale) diretti dallo stesso Verneuil e purtroppo mai messi in circuito per ragioni imperscrutabili nelle sale italiane, con rinnovata emozione, rivivrà attraverso le pagine di questo romanzo autobiografico molti dei momenti salienti di entrambi i cortometraggi. La pagina scritta però ci offre molte riflessioni, memorie riemerse da un passato remoto, ma palpabile, digressioni, da parte dell’io narrante, che nello spazio del mezzo cinematografico non avrebbero potuto trovare opportuna collocazione.
Henri Verneuil è il nome d’arte di Achod Malakian, nato a Rodosto in Turchia nel 1920 ed approdato a Marsiglia con la famiglia – i genitori e due zie nubili – all’età di quattro anni. La famiglia Malakian, un tempo più che benestante, dopo l’immane tragedia del genocidio cui ha avuto la fortuna di sopravvivere, deve comunque lasciarsi tutto alle spalle e cercar rifugio in un mondo nuovo, di cui conosce poco o nulla, salvo esser confortata dall’idea che sul posto c’era già una nutrita comunità armena di scampati, che li avevano preceduti. L’inserimento sarà un percorso lungo, sempre in salita, come quella lunga strada, rue Paradis appunto, dove alloggeranno a lungo, dopo l’arrivo, e che, contrariamente al nome bene augurante, non si era manifestata particolarmente accogliente. Ma quel piccolo microcosmo di apolidi che è la famiglia Malakian, affronta tutto con pacata determinazione nel chiedere non più di quanto non sia legittimamente dovuto, con gentilezza, senza mai piangersi addosso, e lavorando in modo indefesso e al meglio delle proprie capacità. Tanti episodi non propriamente piacevoli, in cui si vedono trattati con diffidenza come strani intrusi piovuti da un altro mondo, vengono vissuti e rievocati con intelligente ironia ed auto ironia. “Mayrig”, “mamma” in armeno, è la figura dominante: tanto dolce e delicata nel tratto, quanto determinata e forte nella volontà. Per certi aspetti il perno di questa famiglia che Achod/Henri ripetutamente descrive come un piccolo regno d’amore reciproco, in cui nessuno avrebbe potuto vivere senza l’altro.
Si diceva dell’inserimento nella nuova società francese. Il primo a percepirne la difficoltà seria, oggettiva, dolorosa è proprio il piccolo Achod, sistematicamente, scientemente emarginato a scuola, dai piccoli viziati compagni di classe, rampolli di famiglie agiate che avevano l’abitudine di guardare all’altro, al diverso, con frivola curiosità, nella migliore delle ipotesi, con malcelato fastidio nella maggior parte dei casi. Achod capisce subito, prima degli adulti la situazione, e sceglie la solitudine, ma non rancorosa o depressa, semplicemente vissuta con lo spirito del “non ti curar di loro, guarda e passa”. Sarà poi la sua intelligenza, le sue grandi doti a farne un adulto di successo, adulato meschinamente proprio da coloro che da piccolo lo avevano profondamente ferito con stupida superficialità, a consentirgli una rivincita su quel mondo che aveva tenuto per lunghi anni la sua famiglia ai margini. Ma è una rivincita solo morale, scevra da qualsivoglia spirito vendicativo.  
In fine, possiamo senza dubbio osservare che i Malakian sono un esempio emblematico di quegli armeni della diaspora che hanno saputo coniugare armonicamente capacità di adattamento ai sistemi dettati dal nuovo Paese di accoglienza, e conservazione gelosa della propria armenità, delle proprie usanze, di tradizioni, ricette e profumi che ricordano con serenità il Paese lontano.

 

 

PERDONO RANCORE
Interviste ad Antonia Arslan e a Frère John di Taizé  
Casa editrice Il Margine, Trento 2014

RIMOZIONE DI UN GENOCIDIO
La memoria lunga del popolo armeno  
Antonia Arslan conversa con Enzo Pace    
Centro editoriale dehoniano, Bologna 2015

Due piccoli libri, nelle dimensioni, ma profondi e densi di contenuti, in cui Antonia Arslan, ancora una volta è chiamata a riflettere sul Medz Yeghern,  sulla ferita aperta del genocidio armeno. 

Nel primo si dibatte in chiave sia religiosa che laica del “sentimento del rancore” e della “scelta del perdono”nella vita di ciascuno di noi. Nello specifico del genocidio Antonia Arslan svolge un’articolata riflessione, partendo dalla diatriba suscitata dalla proposta di legge del Parlamento francese, avanzata nel 2011, sulla penalizzazione del negazionismo verso il genocidio armeno. Pur riconoscendo che tale iniziativa ha contribuito a mantener vivo e sotto gli occhi di tutti il problema del negazionismo, l’intervistata tuttavia esprime la convinzione che questo “non si estirpa con le leggi, ma con la maturazione delle coscienze.” Per quanto concerne la possibilità di perdonare da parte dei sopravvissuti e delle generazioni successive, questa appare come un’ipotesi molto difficile, proprio per le conseguenze esercitate dal negazionismo stesso. “Il perdono che sana il dolore non può essere concesso perché altezzosamente non viene richiesto”: è la spiegazione, semplice, ovvia. Però esiste una fune cui aggrapparsi, per risalire la china della fatica interiore che conduce al perdono: questa ci è fornita dalla testimonianza dei “giusti”, quegli “eroi per caso”, che con i loro gesti hanno salvato non solo fisicamente, ma anche psicologicamente i perseguitati. Antonia Arslan racconta qui un incontro, molto significativo per lei, un incontro che le ha lasciato un segno. Quello con Immaculée Ilibaigiza, sopravvissuta al genocidio ruandese grazie all’intervento di un hutu che non aveva la benchè minima vocazione del martire o dell’eroe. Immaculée si dimostra una donna dotata di una spiritualità profonda, capace di un perdono sincero, un perdono frutto di riflessione, motivato razionalmente. E dopo le conversazioni avute con lei, Antonia si trova a riconoscere che “in ogni essere umano c’è il massimo del bene e il massimo del male”, sta in noi scegliere se seguire pedissequamente la massa, manipolata da una manciata di potenti, o intraprendere una strada libera, scevra dalle persuasioni occulte dell’avidità e di una menzognera propaganda ostile. 

Nel secondo libro vengono posti quesiti diversi, per rispondere ai quali Antonia Arslan  fornisce al lettore un breve quadro dei momenti salienti della storia armena – conversione al cristianesimo, invenzione dell’alfabeto, traduzione della Bibbia – momenti che sono stati pietre miliari nel consolidamento dell’identità armena. Si sottolineano la vocazione armena di farsi popolo-ponte tra Oriente ed Occidente e “l’amore per il Libro”, rammentando che in ogni villaggio armeno non mancavano la chiesa e la scuola, ove venivano alfabetizzati bambini e bambine, indifferentemente. Si aggiungono alcune spiegazioni di base sulla Chiesa Apostolica armena e sull’ordine mechitarista, rammentando che i collegi mechitaristi di Venezia e Vienna contribuirono a dare ampia risonanza sia ai massacri hamidiani che al genocidio, in tempo reale. Interessanti anche le informazioni, sicuramente poco note, sulle buone, storiche relazioni tra Armenia e Persia (Iran).  
Come si evince dal titolo, viene ampiamente trattato lo spinoso tema del “granitico negazionismo” dello Stato turco. Un negazionismo che però lascia da qualche tempo intravedere “crepe sempre più consistenti”, grazie all’intervento di coraggiosi accademici, intellettuali, giornalisti turchi. Quegli stessi che si fecero promotori nel 2009 di una petizione on line in cui veniva espressa solidarietà con il popolo armeno e si chiedeva perdono per quanto aveva dovuto subire nel 1915; petizione sottoscritta da oltre quattromila cittadini turchi.
Ma se per quanto riguarda l’opinione pubblica in Turchia si può cominciare a nutrire un pallido ottimismo, molte più amare sono le conclusioni circa l’ipocrisia fino ad oggi dimostrata dai presidenti degli Stati Uniti. Ad una domanda sulle ragioni del mancato riconoscimento del genocidio da parte del governo statunitense, Antonia Arslan ammette esplicitamente che la possibilità che la situazione possa cambiare al momento è “praticamente inesistente”. Troppo pesanti sono le pressioni politiche, strategiche, economiche del potente alleato turco, membro della NATO; basti pensare che anche l’attuale presidente Obama, nonostante le solenni e vane promesse pronunciate in campagna elettorale al cospetto della numerosa e rispettata comunità armena, non ha ancora avuto il coraggio di usare la G-word in occasione delle annuali commemorazioni del 24 aprile.
Il popolo armeno continua così a sentirsi tradito e il peso della memoria del passato diviene di anno in anno più gravoso da sopportare.

 


SOGNI DI PIETRA
di Akram Aylisli  
prefazione di Gian Antonio Stella
Guerini e Associati Editore, Milano 2015

Abbiamo qui tra le mani un “libro scandalo”, che ha gettato nella gogna il suo autore, uno scrittore che fino a pochi anni fa era tra i più celebrati della sua nazione, l’Azerbaigian.
Akram Aylisli nasce nel 1937; in Unione Sovietica si guadagna fama e prestigio negli anni in cui l’Unione degli Scrittori – di cui era membro - era una vera e propria potenza politica all’interno dello Stato: farne parte ed ottenerne importanti riconoscimenti equivaleva a vivere in una sorta di Olimpo, venirne estromessi, per un imprudente passo falso, significava esser catapultati al di là dello Stige. Ma i successi di Aylisli continuarono anche in epoca post-sovietica.
Cerchiamo di capire quindi perché questo libro è stato giudicato tanto pericoloso, altrimenti non si spiegherebbe l’abnorme reazione che ha provocato nelle autorità azere.  
La trama può apparire piuttosto complessa, poiché si svolge su più piani: quattro capitoli, introdotti da lunghi titoli vagamente esplicativi, in cui si intrecciano narrazione di eventi reali, dimensione onirica, immagini percepite in uno stato di coma del protagonista, e diversi flashback che rievocano l’infanzia e la prima giovinezza. Il tutto si svolge negli ultimi anni ’80, quando il gigante sovietico dai piedi d’argilla si stava inesorabilmente sgretolando. Abbiamo qui l’immagine di uno Stato e di un ambiente politico e culturale caratterizzato da forme clientelari, reciproche protezioni mai gratuite, in cui vige il detto e non detto, e l’adulazione e servilismo nei confronti del Capo, mai chiamato per nome e patronimico, sono la norma che non può essere evitata. Fin qui, nulla di particolarmente strano o scandaloso, per un libro scritto nel 2007, quando l’Azerbaigian era divenuto repubblica indipendente sin dal 1991.
Il problema è un altro: sta nel fatto che quasi in ogni pagina si parla di armeni. Si parla non solo di eccidi avvenuti nel 1919, ma anche dei pogrom di Sumgait e Baku e della questione del Nagorno Karabagh. Il protagonista – tale Sadaj Sadygly – 100% sangue azero, musulmano, attore teatrale tra i più popolari, insignito delle più alte ed ambite onorificenze -  ad un certo punto della sua vita esprime sempre più apertamente la propria vicinanza spirituale al popolo armeno, la propria stima e solidarietà. Pochi lo capiscono, la moglie addirittura dubita del suo equilibrio mentale. Fondamentali gli anni d’infanzia, trascorsi in un villaggio in cui le due comunità, azera ed armena, avevano condiviso un’esistenza semplice e pacifica. I ricordi riaffiorano dirompenti, soprattutto quando le violenze del presente rievocano quelle del passato.
“Se si accendesse almeno una candela per ogni armeno ucciso violentemente, la luce di queste candele sarebbe più viva della luna”, dice Sadygly, e continua:” Questo popolo continuamente sfruttato e tormentato dagli oppressori, non ha mai smesso di costruire chiese, scrivere libri e, alzando le mani al cielo, invocare il proprio Dio.” Questo deve esser stato davvero troppo per il dispotico regime azero, in cui il potere si trasmette di padre in figlio, in cui un omicida reo confesso viene celebrato come un eroe nazionale, se la vittima è un armeno.
Akram Aylisli è stato espulso dall’Unione degli Scrittori azeri, privato della pensione, moglie e figlio licenziati in tronco e – immagine che evoca lugubri ricordi di passate dittature – i suoi libri bruciati nelle pubbliche piazze, tra il giubilo, speriamo almeno in parte pilotato, dei suoi connazionali.  
Nonostante tutto, Aylisli ha coraggiosamente deciso di continuare a vivere a Baku, perché sa di essere nel giusto, perché quella è la sua terra, un terra che ama, una terra cui sente di appartenere.    Sarebbe più facile andarsene, ne avrebbe tutte le ragioni. La sua storia ne ricorda un’altra, di diversi decenni or sono: quella di Boris Pasternak, che rinunciò al Nobel, pur di continuare a vivere, sia pur da emarginato, nella sua Russia, che amava visceralmente, nonostante tutto.

 

 

AFFINITA'  CON  I  CIELI  NOTTURNI
di Astrid Katcharyan
Prefazione di Antonia Arslan
Nuovadimensione edizioni, Portogruaro (VE) 2015

Astra Sabondjian, nonna materna dell’autrice di questo romanzo che ci racconta una storia vera, è stata una donna non comune, a cominciare dal nome, non tratto dalla compagine delle sante armene della tradizione, ma appartenente alla dea pagana della bellezza e dell’umiltà. Più bellezza che umiltà – constatava la madre – ma il risultato era comunque perfetto. Lunghi capelli biondi, occhi azzurri, di una incantevole bellezza naturale, autentica, priva di orpelli, Astra era soprattutto dotata di una personalità ed intelligenza straordinarie.
Nata a fine ‘800 in una facoltosa famiglia di prestigiosi ed abilissimi orafi armeni – uno dei suoi primi ricordi era l’arrivo dei possenti cosacchi che venivano a ritirare preziosi manufatti destinati allo zar di tutte le Russie – deve misurarsi molto presto con l’esperienza della perdita e dell’esilio. L’assassinio del padre e l’abbandono della natia Garin – che resterà sempre nel profondo dell’anima la sua casa – è la prima tappa, di una lunga serie di eventi che la condurranno a vivere a Smirne, ad Atene, a Vienna ed infine a Venezia.
Astra è stata una femminista ante litteram, uno spirito indipendente: opponendosi ai comuni canoni dell’epoca e della società cui apparteneva, si oppone strenuamente a formalismi che ritiene superati; sposa l’uomo che ama, un geniale intellettuale rivoluzionario; lavora, convinta che sia un diritto delle donne scegliere di acquisire una propria indipendenza; padroneggia perfettamente l’inglese e diviene prima traduttrice e poi giornalista. Nel contempo si inchina, suo malgrado, ad alcune tradizioni irrinunciabili, per amore e rispetto verso la propria famiglia.
Attraversa, lottando con coraggio, determinazione ed inventiva situazioni che prese singolarmente avrebbero annichilito per sempre molti, sia uomini che donne: l’arresto del marito sottoposto a reiterate torture, e che riesce a far liberare; la sua stessa prigionia; la deportazione nel 1915; la fuga da Smirne incendiata, dove perde il marito; l’approdo ad Atene, con i quattro figli, per i quali deve costruire una nuova esistenza da profughi. Non si piega mai alla via facile del compromesso, ma mantiene fede a principi irrinunciabili che aveva condiviso col marito, e che la fanno sentire intimamente libera.
Ingegno, creatività, capacità di adattamento, trasformano l’intellettuale e la giornalista, in una abilissima sarta e poi imprenditrice nel campo dell’alta moda.  
Astra subisce e supera le conseguenze di due guerre mondiali, che le fanno perdere tutto quanto faticosamente costruito, per poi ricominciare da zero, in un paese nuovo, dove arriva solo con una valigia. C’è una cosa che però è riuscita a conservare nel suo lungo peregrinare: un libro antico, un testo sacro finemente lavorato che il suocero donò proprio a lei, questa nuora così fuori dagli schemi, ma di cui aveva saputo capire il valore e la forza interiore: quasi avesse intuito che lei sarebbe stata capace di proteggerlo per sempre, a testimoniare, una volta di più l’amore per il libro tipico dell’animo armeno.

 

 

BISOGNA SALVARE GLI ARMENI  
Discorsi di Jean Jaurès 
Guerini e Associati, Milano 2015

Questi tre discorsi pronunciati dal deputato socialista francese Jean Jaurès alla Camera dei Deputati del suo paese, per denunciare l’orrore dei massacri hamidiani, letti oggi ci appaiono quanto mai profetici ed amaramente attuali.  
Le date – 3 novembre 1896, 22 febbraio 1897, 15 marzo 1897 – si collocano in un contesto in cui il sultano Abdul Hamid II aveva, nei mesi immediatamente precedenti, ordinato all’esercito governativo, affiancato da battaglioni speciali appositamente addestrati, di mettere in atto stragi a tappeto di armeni residenti in diverse province dell’Anatolia, senza risparmiare anche molti membri delle comunità armene di Costantinopoli. Il tutto inserito in una capillare campagna antiarmena, per acquisire il consenso e l’appoggio della popolazione turca musulmana.   
Jean Jaurès accusa l’Europa di esser rimasta inerte dinnanzi a tali crimini contro l’umanità, e particolarmente colpevoli appaiono ai suoi occhi, Russia, Gran Bretagna e Francia. Sono i tre, tra i più potenti stati che hanno sottoscritto il Trattato di Berlino (13 luglio 1878), il cui art. 61 imponeva alla Sublime Porta di garantire la sicurezza contro soprusi e violenze ai sudditi armeni dell’Impero. Russia, Gran Bretagna e Francia, a suo giudizio, si sono limitati a tiepide forme di protesta, troppo vaghe e teoriche per poter essere efficaci. Tutti, Francia compresa, hanno – secondo Jaurès – fatto prevalere interessi finanziari, economici e strategici sulla salvaguardia della vita di migliaia di cittadini inermi, massacrati nei modi più barbari.   Ipocrisia, complicità, calcolata politica di attesa, vengono dal coraggioso deputato denunciate e comprovate, attraverso documenti inoppugnabili, a partire dai rapporti redatti dall’ambasciatore di Francia a Costantinopoli, Paul Cambon, testimone diretto dei massacri. Rapporti che però non vennero volutamente tenuti nella dovuta considerazione. 
Jean Jaurès morì assassinato nel 1914, quindi non ebbe modo di assistere ai fatti che portarono all’annientamento di un milione e mezzo di armeni: anche nel caso del Grande Male le voci di chi cercò di denunciare quanto stava avvenendo, rimasero inascoltate – basti pensare ad Henry Morgenthau – e negli anni immediatamente successivi, da parte dell’Occidente calò nuovamente un muro di silenzio, complice, pavido ed ipocrita, per squisite ragioni di realpolitik.   
Nel corso del Novecento, ed anche in questo nuovo millennio, altri genocidi, stragi e crimini contro l’umanità si sono succeduti: troppe volte le vittime hanno subito le conseguenze di giochi di potere orchestrati altrove – per usare parole dello stesso Jaurès – “dietro ad uno scenario di vane manifestazioni, di vane parole, di vane minacce, di vane promesse” eretto per celare “la realtà dell’oppressione, la realtà del massacro.” Troppe volte si arriva troppo tardi.

 

 

L’ARMENIA, GLI ARMENI Cento anni dopo  
di Maria Immacolata Macioti  
Guida Editori, Napoli 2015

A cent’anni dal genocidio, l’autrice, docente di sociologia all’Università di Roma, ritiene necessario dare concretezza ad un suo interesse per gli armeni scaturito negli anni ’80, lasciato per qualche tempo nel cassetto e poi curato da una lunga ricerca bibliografica e documentale.   “Interessarsi dell’Armenia e degli armeni vuol dire interessarsi di diverse altre nazioni dell’Oriente e dell’Occidente”, afferma la Macioti. Si tratta di quelle nazioni in cui gli armeni vivono, essendosi dispersi nel mondo, in epoche differenti, per motivi commerciali, trasferimenti forzati o necessità di fuga e  sopravvivenza.   
Quindi troviamo qui singoli accurati ed interessanti capitoli dedicati alle comunità armene in Turchia, in Russia, in Iran, in Romania, in Siria e Libano, negli USA, in Francia, in Italia, oltre che nell’attuale Repubblica d’Armenia e nel Nagorno Karabakh, completati da cronologie specifiche.     
Emerge nelle singole trattazioni una priorità di questo popolo: l’aver sempre saputo coniugare capacità di inserimento nelle diverse realtà con la conservazione della propria identità culturale.    
La studiosa affronta anche lo spinoso tema del terrorismo armeno di cui è stata occasionale testimone a Roma, nel 1980, cercando di darne una spiegazione da un punto di vista il più possibile equidistante.    
Particolarmente significative risultano infine le considerazioni relative al negazionismo, soprattutto quando questo non proviene da una prevedibile fonte turca, ma quando è il risultato di argomentazioni di intellettuali occidentali: l’analisi delle “tesi pericolose” di Günter Lewy è molto lucida e chiara. A giudizio dell’autrice, l’accademico vorrebbe apparire scientificamente neutro e oggettivo, riferendo un’accurata analisi di fonti sia turche che armene od occidentali, salvo poi usarle in modo discutibile per lasciar spazio a stereotipi e a conclusioni in cui il negazionismo non è esplicito, ma subdolamente suggerito.

 

 

LA MASCHERA DELLA VERITA' 
di Pinar Selek 
Fandango libri, Roma 2015

Si legge tutto d’un fiato questo prezioso libro autobiografico di una coraggiosa giovane intellettuale turca, che descrive le tappe esistenziali che hanno fatto di lei un’esule, impegnata nel testimoniare una realtà complessa – quella del suo Paese – e la lotta da lei intrapresa per la democrazia e la verità storica, a partire dal genocidio degli armeni ottomani.    
Nata in una famiglia politicamente schierata a sinistra, cresciuta con un padre incarcerato dopo il golpe del 1980, la giovanissima Pinar è una studentessa ribelle, pronta alla contestazione.  
All’epoca è ancora convinta che la Turchia sia terra di un unico popolo, quello cui lei stessa appartiene e degli altri, anche in ambito scolastico “sembra non accorgersi, o non volerli considerare”: si tratta di compagni di liceo sempre alquanto taciturni, isolati, forse più maturi, che si dicono “armeni”. Del resto era comunque figlia di quella politica scolastica che aveva fornito una versione unilaterale e volutamente lacunosa della storia del primo Novecento e i genitori stessi, pur schierati su posizioni di dissenso nei confronti del potere, erano concentrati su altre problematiche.     Poi gradualmente scopre un mondo sommerso, quello dei resti della spada, e inizia una ricerca ostinata e partecipe.  
Anche Pinar conoscerà il carcere, con l’accusa mai dimostrata di far parte del PKK. Prima dell’assoluzione subisce durissime e reiterate torture, che però non ne scalfiscono la forza morale. Tornata in libertà si dedica ai diritti delle minoranze. Conosce Hrant Dink, con cui costruisce una stretta collaborazione e del quale ci fornisce, con pochi tratti di penna, un umanissimo ritratto. Dar voce alla memoria negata del genocidio armeno diviene, a partire dal sodalizio con Agos, il suo obiettivo principale.   
Attualmente, per motivi di sicurezza personale, vive all’estero. Spera che sia una situazione non definitiva, fiduciosa che col tempo i movimenti che oggi animano la sua patria possano “malgrado il contesto estremamente repressivo” trasformarla in “un progetto di giustizia comune” e di democrazia, sia per i turchi che per gli armeni. Non si illude, Pinar, che questo avvenga facilmente e nel breve tempo, ma quando è tentata ad abbandonarsi allo scoraggiamento, si ripete una frase di Gramsci, che l’ha più volte sostenuta nei momenti più duri. “Bisogna unire il pessimismo dell’intelligenza all’ottimismo della volontà.”


LA MARCIA SENZA RITORNO – Il genocidio armeno 
di Franca Giansoldati 
Salerno Editore, Roma 2015

L’autrice è una vaticanista del quotidiano “Il Messaggero” ed ha fatto parte del gruppo di giornalisti che hanno viaggiato a seguito del Papa, durante la recente visita ufficiale in Turchia del novembre 2014. A tale proposito ci rivela che il leader turco Erdogan aveva espressamente chiesto al Santo Padre di non usare ufficialmente la fatidica parola “genocidio”, richiesta che sappiamo esser stata coraggiosamente disattesa. 
Ma qui non abbiamo tra le mani una cronaca di fatti recenti: in questo lavoro l’autrice ci fornisce un ampio resoconto su quanto attinto negli archivi vaticani a proposito del genocidio di cui quest’anno ricorre il centenario. Si tratta di molti documenti, di cui alcuni inediti, dai quali si apprende che ci fu una fitta corrispondenza tra il delegato apostolico ad Istanbul, monsignor Angelo Dolci e la Santa Sede. Questi informava tempestivamente e con dovizia di particolari il Vaticano sulla drammaticità della situazione. Alle missive di monsignor Dolci, se ne aggiunsero molte altre, redatte da vescovi armeni cattolici. Già il 10 settembre 1915 il pontefice Benedetto XV scrisse personalmente al sultano Maometto V per denunciare le atroci sofferenze cui erano sottoposti cittadini cristiani inermi, invocandone l’intervento affinché cessassero le violenze. Probabilmente è alla luce anche di questo fatto che il nome di Benedetto XV è impresso nel Muro della Memoria accanto al Monumento al Genocidio di Erevan. Dagli archivi emerge anche che la diplomazia vaticana cercò di intervenire anche in Germania ed Austria, attraverso i rispettivi nunzi di stanza a Monaco e Vienna, esprimendo esplicite condanne dei massacri.
Tornando all’oggi, o comunque ad anni recenti, l’autrice rivela che la Turchia ha operato diversi tentativi di ingerenza nelle scelte vaticane, quando si è trattato di assumere posizioni ufficiali circa il genocidio armeno. Infatti leggiamo che i documenti studiati da Franca Giansoldati sono stati solo di recente catalogati e raccolti in una pubblicazione da un giovane gesuita belga, Georges-Henri Ruyssen, con il titolo La questione armena: tale lavoro avrebbe inizialmente dovuto esser dato alle stampe dalla Libreria Editrice Vaticana, ma “probabilmente per ragioni diplomatiche con la Turchia, è stata editata dalle Edizioni Orientalia Cristiana, una piccola casa editrice legata al Pontificio Istituto Orientale.” Secondo la giornalista, anche in occasione del viaggio di Papa Giovanni Paolo II, fu necessario attivare una lunga e faticosa trattativa diplomatica per la definizione dei discorsi ufficiali, ma infine il pontefice riuscì a far valere la propria volontà, senza urtare troppo la parte turca. Inoltre ci informa che ogni qualvolta “Civiltà Cattolica” pubblica articoli sulla questione armena, arrivano puntuali le lamentele dell’ambasciatore turco presso la Santa Sede.

 

 

IL GENOCIDIO INFINITO: 100 anni dopo il Metz Yeghérn
A cura di Martina Corgnati e Ugo Volli 
Guerini e Associati, Milano 2015

“Ogni genocidio è infinito”, afferma Ugo Volli nella Presentazione di questo lavoro basato sui contributi di otto intellettuali italiani che, con approfondimenti diversi, affrontano il tema del Grande Male armeno. Perché infinito? Perché le conseguenze di ciò che è stato si protraggono nel tempo, da una generazione all’altra. Ed è oltre modo senza fine, reiterato quando continua ad essere negato, quando è stato lungamente insabbiato, quando si cerca di sollevare dubbi pretestuosi sulla veridicità ed onestà di numerosissime fonti testimoniali e storiche che lo comprovano.
Gli autori riflettono sulle conseguenze del negazionismo turco, sulle dinamiche con cui questo continua ad essere supportato; analizzano il dolore psicologico causato dalla perpetuazione della memoria nei figli dei sopravvissuti e i sensi di colpa quando si vorrebbe che questa fosse rimossa; viene anche messo in luce un volto meno noto del genocidio: la sistematica distruzione dei segni culturali, dei monumenti, di opere d’arte, simboli della millenaria cultura armena. Anche questa è una modalità con cui il genocidio si è protratto nel corso del tempo, ben oltre il 1915, specie in Anatolia e nel Nachicevan.
In questo libro si guarda però anche alla storia più recente del conflitto per il Nagorno Karabakh e all’oggi: alla posizione dell’attuale Repubblica di Armenia, al difficile equilibrio che deve trovare, bilanciandosi efficacemente tra est e ovest al fine di garantirsi libertà e sopravvivenza sicure. Ed anche nell’odierno contesto politico, secondo Matteo Miele, “il Genocidio del 1915 […] è la pietra angolare, che condiziona gran parte della politica estera armena” a seconda che la giovane Repubblica debba rapportarsi con nazioni che hanno o non hanno riconosciuto il genocidio e che direttamente o implicitamente sostengano le posizioni di Ankara. Anche da questo punto di vista, quindi resta un genocidio “infinito.”

 

 

A CENT’ANNI DAL GENOCIDIO ARMENO La storia di una rinascita
AA.VV. Ed. SKIRA, Milano 2015

In occasione della mostra “Armenia. Il popolo dell’Arca” (Roma. Complesso del Vittoriano: 6 marzo 3 maggio 2015) è stato pubblicato questo accurato contributo che ci fornisce ulteriori conoscenze e spunti di riflessione sul “viaggio infinito”, per usare le parole dell’ambasciatore Ghazaryan, che ci conduce alla conoscenza dell’universo armeno. Vista la collocazione temporale, il tema del genocidio è dominante, ma affrontato dagli autori secondo prospettive diverse.
Il primo contributo di Marcello Flores ricostruisce sinteticamente le fasi del genocidio, dimostrando in modo inoppugnabile che questo fu pianificato accuratamente: in particolare fa riferimento alle due leggi del 27 maggio e 10 giugno 1915, che stabilivano deportazioni e confisca dei beni delle popolazioni armene dell’Anatolia orientale e della Cilicia. Tali provvedimenti dimostrano con chiarezza che si voleva prima annientarle e poi impossessarsi di tutti i loro beni.
Antonia Arslan, ricordandoci che “il genocidio armeno è uno dei frutti avvelenati del nazionalismo ottocentesco […], attecchito nell’Impero ottomano sotto le mentite spoglie di una lotta alla corruzione”, traccia “agghiaccianti parallelismi” tra il destino degli armeni nel 1915 e quello degli ebrei trent’anni dopo. Non solo, ma con lucido sgomento intravede “l’ombra lunga del 1915” negli attuali macabri rituali dell’Isis, che con tecnologie diverse, ma finalità analoghe, esibisce i trofei delle decapitazioni di tante vittime inermi ed innocenti.   
Pietro Kuciukian, convinto che la ricerca dei Giusti tra i turchi ottomani sia un’azione di importanza fondamentale in quanto “la memoria del bene può anche diventare un atto politico”, ci illustra diverse storie di funzionari governativi che all’epoca cercarono di salvare quanti più armeni poterono, disobbedendo agli ordini pervenuti dall’alto, e subendone gravi conseguenze in quanto “traditori”dello Stato.   
Piace poi constatare che un noto giornalista solitamente impegnato nell’attualità, come Gian Antonio Stella, sia rimasto profondamente colpito dalla figura di Armin Wegner, di cui traccia, con chiarezza e vivacità di penna, tutto il percorso esistenziale, di pacifista ed uomo Giusto. 
Infine, grazie ad Agop Manoukian, apprendiamo quale fu il contributo dato dall’Italia a sostegno delle vittime del genocidio, sia sul piano della diffusione delle notizie in tempo reale, sia negli anni seguenti, con l’assistenza ai sopravvissuti. Non solo il console Gorrini, come è ormai noto, fece sentire la sua voce di denuncia, ma intervennero anche altre figure di politici e diplomatici, dal mondo cattolico, a quello laico. Due nomi in particolare vengono ricordati: Filippo Meda e Luigi Luzzatti. Quest’ultimo si fece promotore, nel giugno 1918 dell’istituzione di un Comitato italiano per l’Indipendenza dell’Armenia. E per molti sarà probabilmente una rivelazione, sapere dell’apprezzamento e sostegno che all’epoca, un giovane Antonio Gramsci aveva dato alla diffusione del mensile “Armenia”, pubblicato dal 1915 al 1918 dalla diaspora in Italia.  
Un denominatore comune riunisce tutti questi interventi: la sofferenza psicologica, morale, causata dall’ostinato negazionismo turco. Negazionismo che non fa male solo agli armeni, ma anche ai turchi, come sostiene Baykar Sivazlyian, secondo il quale “le giovani generazioni di turchi, finchè questo negazionismo perdurerà, non potranno mai essere libere di guardare al futuro” in un’ottica di pace, democrazia e progresso.


SIRIA PERCHE' – lettere da Damasco
di Laura Mirakian
prefazione di Antonia Arslan
Guerini e Associati, Milano 2015

L’autrice è stata dal 2000 al 2004 ambasciatore d’Italia in Siria. Di questa esperienza ci offre una memoria personale umanissima: brani tratti da lettere inviate alla famiglia, resa partecipe delle osservazioni, sensazioni, emozioni scaturite da incontri con gente comune e figure istituzionali, dalla partecipazione a grandi eventi, come a piccoli episodi di un quotidiano, non meno significativo. 
Alla maggior parte di queste lettere seguono delle Note riferite all’oggi, in cui si constata con amarezza e preoccupazione come molte situazioni siano radicalmente cambiate, spesso in senso negativo. Basti leggere le pagine relative all’incontro con Padre dall’Oglio a Mar Musa, il sacerdote “interprete di un Cristianesimo militante e aperto al dialogo” delle cui sorti non si sa nulla, da oltre un anno e per il quale Laura Mirakian si augura possano prevalere le ragioni della comunicazione e della carità, sulla violenza e l’estremismo più atroce.
Laura Mirakian ha origini armene, ed è al padre, sopravvissuto al genocidio, che dedica questo libro. Gli armeni di Siria sono il tema di più pagine. Il ruolo istituzionale le imporrebbe una sorta di asettico distacco: in una lettera li definisce “questo popolo”, evidenziandone la “grande dignità” è “l’ottima educazione”, ma in altre si abbandona senza riserve al “noi”, quando risuonano le note di Karum’a, ovvero La Primavera di Komitas, in memoria della primavera del 1915. In un breve scritto, datato 15 maggio 2001, chiude con parole che sembrano essere - al pari di quelle ormai notissime di Saroyan - un inno al suo popolo “Ce la siamo suonata in nostro onore, Karum’a, cattolici, ortodossi o agnostici, quelli che hanno fatto fortuna, nonostante tutto e contro ogni sfortuna, quelli che sono riusciti a resistere, quelli che hanno capito che per resistere occorreva mescolarsi agli altri, quelli che hanno fatto della flessibilità e della mediazione un’arte della sopravvivenza, quelli che trovano sostegno nella memoria.” 
Ed infine c’è, non dimentichiamolo, la sua visione della Siria, dove sente con stupore pronunciare correttamente il proprio cognome, immancabilmente storpiato altrove, dove ha “incrociato” la storia della sua famiglia. Una terra che presto l’affascina, per le luci, i colori, “il retroterra storico di notevole spessore”, una terra di cui apprezza il carattere, quasi fosse un unico essere vitale. “Questa Siria gentile, di sorrisi discreti, di sguardi fugaci, di voci soffuse […] questa Siria così sicura della sua storia e della sua cultura….”, di cui percepisce però, fin da allora le inquietudini, i timori per il futuro, negli occhi delle persone che incontra quotidianamente, e alle quali non sa dare risposte rassicuranti. Quello che può fare è auspicare che il popolo siriano sappia sempre trarre forza dalla propria storia millenaria e dal radicato senso del sacro poiché “sempre in questa terra vi è stata preghiera, invocazione, concentrazione, spiritualità.”

 

 

PRO ARMENIA
a cura di Fulvio Cortese e Francesco Berti
prefazione di Antonia Arslan
Ed. Giuntina, Firenze 2015

Ci troviamo dinnanzi ad un testo di grande interesse storico e culturale: le voci di quattro autorevoli ebrei, che offrono le proprie testimonianze di prima mano sui massacri hamidiani e soprattutto sul genocidio armeno del 1015.
Due diplomatici, il statunitense Lewis Einstein di stanza in Turchia negli anni di ascesa al potere del Comitato Unione e Progresso, e Andrè (Andrej Nikolaevič) Mandelstam, russo naturalizzato francese, esperto in diritto internazionale e precursore della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo; Aaroon Aaronsohn, agronomo illustre e fondatore del gruppo spionistico N.I.L.I. che operava in Palestina di supporto alla Gran Bretagna durante la Prima Guerra Mondiale, e Raphael Lemkin, il giurista polacco, storicamente noto per aver coniato il termine “genocidio”nel 1944 ed aver dato un fondamentale contributo alla realizzazione della “Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio”, approvata il 5 dicembre 1948 in seno alle Nazioni Unite. 
Quattro testimonianze con connotazioni specifiche, legate ad esperienze e sfere di interesse personali, ma che poggiano su un unico denominatore comune: la ferma convinzione che il genocidio sia stato deliberatamente progettato prima dello scoppio del conflitto mondiale e sia stato condotto con scientifica sistematicità dal Governo dei Giovani Turchi. Tutte le ipotesi di indiretta corresponsabilità da parte dei rivoluzionari armeni, che avrebbero provocato la reazione delle autorità, e la tesi negazionista secondo cui le violenze efferate a danno di donne, bambini e cittadini inermi, siano state opera di sbandati e il risultato di una situazione sfuggita di mano, vengono qui smontate punto dopo punto.
Inoltre tutti e quattro esaminano il difficile nodo del ruolo esercitato dall’alleato tedesco. Anche qui sono sostanzialmente concordi nel definirlo “testimone passivo”di un crimine di cui non poteva non conoscere ogni minimo particolare e cui non si è opposto, per ragioni di fredda opportunità politica, economica e strategica.
Dei quattro colpisce in particolare lo scritto di Aaronshon, per l’empatia, la partecipazione umana nei confronti della catastrofe armena: fu la sorella Sarah ad essere testimone oculare di orrendi massacri, di cui riferì, recandone conseguenze incancellabili sul piano emotivo e psicologico. Aaron paragona “la strage indiscriminata degli armeni” alla “strage indiscriminata degli ebrei ordinata dal generale romano Tito”, entrambe frutto di “un disegno del governo”. Quasi presentisse quanto di li a trent’anni sarebbe accaduto al suo popolo.

 

 

PRESENZA ARMENA IN ITALIA 1915-2000
di Agop Manoukian
Guerini e Associati, Milano 2014

La storia della diaspora armena in Italia viene qui narrata, documentata ed analizzata, con ampia dovizia di particolari. Siamo dinnanzi ad una “microstoria” piuttosto articolata e complessa, nonostante gli esigui numeri che contraddistinguono la presenza armena in Italia, specie se rapportati ad altre realtà occidentali, Francia e Stati Uniti, per primi. Ciò che salta agli occhi è quanto attivi siano stati gli armeni stabilitisi in Italia, nel corso degli anni, sul piano associativo, culturale e nel perseguire l’obiettivo di continuare a trasmettere lingua e tradizioni alle nuove generazioni.
Integrazione e conservazione sono sempre state le basi complementari su cui si sono rette nei decenni le realtà di Roma, Milano, Venezia e di tanti altri centri, disseminati nella penisola. Un mosaico che - come osserva l’autore - ha subito inevitabili metamorfosi, con momenti di difficoltà, ma che non è privo di una intrinseca potenzialità. Egli infatti auspica che gli armeni della diaspora siano in grado di “offrire suggerimenti” a chi “voglia costruire ponti e creare dialoghi”, non solo in Italia, ma anche a livello europeo e con un Medio Oriente – da cui molti originariamente provengono – “pervaso da sempre più inquietanti contraddizioni.”

 


SOTTO UN CIELO INDIFFERENTE
di Vasken Berberian
Sperling& Kupfer S.p.A. 2013

Un romanzo avvincente, in cui i protagonisti conducono il lettore attraverso ambienti e momenti storici differenti, ma indissolubilmente legati.
Un campo profughi in Grecia, ove sono approdati sopravvissuti al genocidio armeno: povere, disperate esistenze, in cui l’amore, la felicità e la vita stessa sono una quotidiana, ardua conquista; Venezia con il mitico Collegio Moorat Raphael, dove generazioni di giovani armeni provenienti da diversi paesi della diaspora, sono cresciuti culturalmente, psicologicamente, moralmente, e dove hanno costruito relazioni affettive ed amicizie durate una vita; la neonata Repubblica Sovietica d’Armenia dove tanti armeni superstiti al Medz Yeghern si erano illusi di trovare una nuova madre patria, imbattendosi invece non solo nella fredda accoglienza di un popolo che non si è dimostrato fratello, ma nel buio del terrore staliniano; gli orrori del gulag, dove si finisce senza un perché ed in cui l’individuo viene disumanizzato, con freddo calcolo; la “dorata” diaspora statunitense, in cui alcuni, più forti, fortunati e determinati hanno costruito prestigio, successo e ricchezza, cercando di cancellare, in un illusorio oblio, un passato che inesorabilmente viene a galla.
Il filo conduttore è la storia di una famiglia, che sembrava frantumata per sempre, senza rimedio, ma che poi si ricompone, quasi per miracolo. Del resto, di simili “miracoli” è disseminata la tortuosa e ramificata strada della diaspora armena. “Diaspora” ovvero “dispersione”: ed è quanto hanno vissuto i superstiti della famiglia Gazarian, che dopo essersi lungamente perduti, hanno ritrovato una forma di unione e pace interiore.

 

 

IL CALENDARIO DELL'AVVENTO
di Antonia Arslan
Ed. Piemme, Milano 2013    

Ricordi d’infanzia, ora struggenti, ora pieni di aneddoti che strappano il sorriso, ritratti di tante persone care – come i nonni – che ci appaiono quali pietre miliari nella crescita della bambina; ricordi più recenti, spesso legati a New York, quasi una seconda casa, di cui scopriamo un volto inedito, che sfugge al grande pubblico, solitamente imbevuto di triti stereotipi.
In questa carrellata di storie e memorie, in cui poesia, humour, saggia nostalgia si alternano e fondono armonicamente, non poteva mancare l’Armenia: a cominciare da quel “volonteroso disegno della Masseria delle Allodole” conservato nel prezioso salottino orientale di nonno Yerwant. Le radici armene si mostrano lontane e ben salde, alimentate dalle celebrazioni pasquali a S. Lazzaro, dagli incontri con i tanti parenti disseminati nel vasto mondo che approdavano abitualmente a Padova, trovandovi sempre calorosa accoglienza.
In questa raccolta troviamo anche storie interamente armene, come quelle delle due sorelline che, pur di aver salva la vita e preservare quella della loro mamma, nel 1915 sanno prendere una decisione adulta e definitiva, quale quella di rinunciare alla propria identità, entrando nel novero di quei “resti della spada” che continueranno a celarsi sotto un altro nome ed un’altra fede.
Ma uno stupore speciale scaturisce dalla figura di Katerina, metà greca e metà armena, sopravvissuta all’incendio di Smirne. Un incontro che lasciò certamente un segno indelebile nella giovanissima Antonia e che immaginiamo sia stato fonte di futura ispirazione creativa.
Con questo Calendario dell’Avvento, Antonia Arslan ci accompagna nei giorni dell’attesa che precedono in Natale, offrendoci un dono prezioso, in cui ogni singola immagine, ogni parola, sono pensate ed espresse con amore, divenendo fonte di riflessione e serenità.

 


LA TRAGEDIA DI SUMGAIT
di Samuel Shahmuradian
Guerini e Associati , Milano 2013

La popolazione di Sumgait, squallida e malsana città ad una trentina di kilometri da Baku, è piombata in un cupo terrore il 27, 28, 29 febbraio del 1988, quando sulla minoranza armena che vi risiedeva da generazioni, si è scatenata una furia distruttiva, con obiettivi genocidari, messa in atto da bande armate di giovani azeri, che si erano lasciati facilmente sobillare da esperti manipolatori.
Ragione scatenante: le rivendicazioni espresse pochi giorni innanzi dal Nagorno Karabagh, enclave armena in territorio azero, che, facendo appello al diritto all’autodeterminazione dei popoli e sull’onda dell’ottimismo infuso dalla perestrojka (lett. ricostruzione), chiedeva la riunificazione con l’Armenia.
A Sumgait convivevano azeri, armeni e russi, condividendo le condizioni di vita e il sistema che il regime sovietico imponeva loro. Lo stesso che in bella sostanza era riservato ad ogni cittadino dell’URSS, da Leningrado a Rostov sul Don, da Soči a Bukhara. Quindici repubbliche ed oltre un centinaio di etnie erano riunite in un unico vincolo, rette fino ad allora con mano ferma e con il reiterato ricorso all’onnipresente slogan dell’”Amicizia tra i popoli”. I buoni cittadini sovietici cercavano di crederci il più possibile e comunque di restare ancorati alla fiducia nei confronti del Partito e dello Stato: la loro Patria Comunista. I giovani erano membri del Komsomol (Gioventù Comunista), fossero essi azeri, armeni, russi, ucraini o georgiani.
La milizia era onnipresente, in ogni angolo di strada, stazione della metropolitana, all’ingresso degli edifici pubblici o dei grandi alberghi: spauracchio per qualsivoglia malintenzionato (dal punto di vista del regime), ma anche garanzia di protezione dagli attacchi di eventuali teppisti, ladri o ubriaconi, molestatori di giovani donne e della quiete pubblica. Che una massa di individui armati di coltelli, spranghe e pistole potesse impunemente distruggere abitazioni, violentare, uccidere con metodi che hanno improvvisamente fatto ripiombare gli armeni agli orrori del 1915, era inconcepibile in Unione Sovietica, per chiunque. Una milizia che non muove un dito ed in taluni momenti fugge a gambe levate davanti alla furia omicida, non s’era mai vista in settant’anni di regime sovietico. E che dire dell’inspiegabile ritardo con cui la gloriosa Armata Rossa è intervenuta? Le ambulanze in URSS arrivavano in genere rapidamente: giravano rassicuranti per le strade, pronte a rispondere alle chiamate trasmesse loro dalla centrale operativa. Nel caso di tanti armeni di Sumgait, che in quei maledetti giorni imploravano aiuto, non c’è stata il più delle volte risposta o il soccorso è stato loro negato.
Se nel 1915 gli armeni, la “Nazione fedele”nell’Impero ottomano, stentarono a dar credito alle voci che li avrebbero indotti a fuggire precipitosamente verso la salvezza, nel caso degli abitanti armeni di Sumgait, era ancora maggiore la convinzione che nulla di male sarebbe loro accaduto perché il Partito e le autorità non lo avrebbero permesso. Quindi i primi segnali di tensione e le minacce che iniziarono a serpeggiare in città, vennero dai più sottovalutati.
Il trauma fu generale: un trauma non solo per le vittime designate, che come nel 1915, si sono viste in poche ore distruggere le loro esistenze per sempre, ma anche per tanti onesti e semplici cittadini azeri che assistevano attoniti, terrorizzati e pieni di vergogna a quanto altri azeri andavano compiendo. Le testimonianze raccolte in questo libro narrano, passo dopo passo, l’orrore della cronaca. Sono principalmente i sopravvissuti a parlare e nei loro racconti non mancano anche i grazie a quegli “azeri buoni” e “giusti” che, pur rischiando la vita e l’incolumità dei propri cari, hanno cercato di sottrarre gli armeni alla furia dei loro assalitori.
Ad arricchire l’opera troviamo gli importanti contributi di Pietro Kuciukian, Rouben Karapetian, Bernard Kouchner ed Elena Bonner Sacharov.

 

 

CANCELLARE UN POPOLO
Immagini e documenti del genocidio armeno
di Benedetta Guerzoni
Mimesis Ed. , Milano-Udine 2013

Il titolo di questo ampio, complesso e specialistico lavoro, ne spiega implicitamente l’obiettivo: aggiungere ulteriori prove a quelle già ampiamente diffuse, sulla veridicità della tesi secondo cui durante la Prima Guerra Mondiale in Anatolia si consumò, per decisione del Governo ottomano, il genocidio della minoranza armena ivi residente da oltre duemila anni.
Per far ciò Benedetta Guerzoni svolge uno studio molto rigoroso su illustrazioni e foto relative ai massacri hamidiani e al genocidio in particolare. Si tratta di un corpus di 350 immagini, soprattutto foto, la cui raccolta ed analisi si sono rivelate complesse per diverse ragioni. La ricercatrice sottolinea quanto sia stato dannoso per una accurata conservazione di tale materiale, l’oblio che molte nazioni occidentali hanno volutamente fatto calare sulla vicenda armena nei decenni successivi al conflitto. Inoltre è incappata in catalogazioni e datazioni approssimative, talora contraddittorie, laddove mancavano gli originali e la stessa foto veniva riprodotta in pubblicazioni differenti. Si tratta comunque di lastre e materiali ovviamente datati, e usurati nel tempo.
Nel metter ordine a questo ingente patrimonio raccolto, l’autrice riflette sullo scopo che tali foto ed immagini hanno assunto nel momento in cui sono state diffuse e pubblicate.
Per le autorità ottomane fungevano da monito alla popolazione, per scoraggiarne velleità di protesta o ribellione; per le potenze occidentali furono usate, fintanto che lo ritennero utile, come propaganda antiottomana; per la diaspora vennero principalmente impiegate come strumento di denuncia degli orrori del Grande Male e, come forma di riconoscimento del bene ricevuto da organismi umanitari statunitensi e occidentali, intervenuti in soccorso delle popolazioni martoriate e dei sopravvissuti. Tuttavia, a proposito dell’uso fattone da parte della diaspora armena, Benedetta Guerzoni, tocca un tasto piuttosto spinoso. Constata che la diaspora ha avuto la tendenza ad attribuire alle foto una funzione di simbolo, di icona del genocidio, non prestando particolare attenzione alla precisa attribuzione di date, luoghi, persone. Insiste pertanto sulla necessità di far sì che tutte queste foto possano esser lette come documenti che testimoniano fatti precisi. In tal modo si evita che la vaghezza venga sfruttata dai negazionisti, abili nel farne oggetto di scherno e smentita. Sicuramente questo lavoro è un contributo alla conservazione della memoria e alla diffusione della verità storica del genocidio. 
In fine non abbiamo tra le mani una mera analisi tecnica svolta da una specialista nel settore, ma il testo è arricchito da molti dati storici, ampie note esplicative e si basa su una vasta documentazione bibliografica.

 

 

IL LUNGO INVERNO DI SPITAK
di Mario Massimo Simonelli
Emi’s World Casa Editrice, Saint Vincent (AO) 2012

Il 7 dicembre 1988, alle 11.41 ora locale (07.41 ora di Greenwich), un violentissimo terremoto di intensità 9 della scala Mercalli, magnitudo 6,9 della scala Richter, colpisce una vasta area dell’Armenia settentrionale. L’entità del disastro, in termine di perdite in vite umane e di distruzione di edifici e strutture civili, appare subito molto ingente, nonostante la proverbiale reticenza ed approssimazione delle fonti sovietiche, che nelle primissime ore non vogliono diffondere notizie troppo allarmanti.
In pochi giorni le proporzioni della sciagura sono tali che la sia pur grande potenza sovietica non appare in grado di fronteggiarla da sola e si mette pertanto in moto la macchina degli aiuti internazionali.
Mario Massimo Simonelli, architetto trentenne impiegato da circa due anni al Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si offre di partire al seguito della missione umanitaria che sta per essere inviata nelle zone terremotate. Il suo diretto superiore, vinte le iniziali perplessità dinnanzi al giovanile entusiasmo e all’inesperienza nel settore, acconsente e Simonelli è già in volo per Erevan il giorno seguente.
Ha così inizio un’esperienza non solo professionale, ma anche umana e culturale che lascerà un solco incancellabile. Il Villaggio Italia di Spitak, uno dei centri maggiormente colpiti dal sisma, è sostanzialmente opera del giovane architetto, che lo progettò e realizzò, affiancato da operatori italiani e locali con cui costruirà solidi e duraturi legami di amicizia.
Questo suo racconto non ci offre solo una cronaca degli eventi e di come egli si trovò ad operare nei lunghi mesi di un durissimo inverno, ma raccoglie una miriade di incontri, taluni straordinari come quello con Madre Teresa di Calcutta, altri, non meno significativi con gente del posto; episodi in cui viene alla luce il carattere del popolo armeno, la sua tenacia, lo spirito di ospitalità, anche nelle condizioni più difficili.
Durante questa permanenza il professionista italiano sente anche l’esigenza di informarsi sulla storia e la cultura del popolo armeno, con un’apertura che va ben oltre quelli che potrebbero essere gli interessi di un tecnico impegnato a risolvere grossi problemi logistici. E gli armeni questo lo capiscono e lo apprezzano, sentono che “Massimoian” è uno di loro, un vero amico, non solo un validissimo operatore umanitario. Ed il sentimento è reciproco. Il legame resta, dopo tanti anni, durante i quali Simonelli non è più tornato in Armenia, ed ha continuato a svolgere il proprio lavoro laddove le emergenze umanitarie lo hanno condotto.



Il LIBRO DI MUSH
di Antonia Arslan
Ed. Skira, Ginevra-Milano, 2012

L’Omilario di Mush, datato 1202, è il più grande manoscritto miniato armeno esistente, e fu miracolosamente salvato dalla ottusa rabbia distruttrice dei fautori del genocidio.
Talora si dimentica che un progetto genocidario non prevede solo la sistematica soppressione degli individui che costituiscono il popolo reietto del momento, ma anche la cancellazione di una cultura, con i suoi tesori artistici, letterari, architettonici; nel caso armeno, questi erano di straordinario valore, per raffinatezza, sapienza creativa e originalità. Si pensi ai khatchkar, merletti forgiati nella pietra, alle “chiese di cristallo”, che hanno resistito agli assedi di tanti devastanti terremoti, e quando sono crollate è stato per mano dell’uomo, e ai codici miniati, frutto della sapiente e saggia opera dei monaci che, chiusi nei loro scriptoria, hanno perpetuato una scrittura ed una lingua armoniosamente intricate. La maggior parte di questo patrimonio presente nell’Anatolia orientale prima del 1915, è stato scientemente distrutto e vilipeso, ma non Il Libro di Mush, di cui Antonia Arslan ci narra l’epico salvataggio ad opera di due eroiche donne armene, che, dopo esser state barbaramente mutilate negli affetti terreni, hanno fatto della sopravvivenza del libro sacro una ragione di vita; dopo un lungo ed insidioso peregrinare, il Libro viene consegnato in mani sicure, affinché sopravviva, patrimonio di tutti gli armeni.
La narrazione romanzata di questa vicenda, scandita in ventitrè piccoli capitoli, coinvolge emotivamente, affettivamente il lettore: i personaggi sono palpabili, visibili, ispirano empatia. Ogni frase, ogni immagine, ogni aggettivo sono scelti con cura ed efficacia straordinari, valorizzando le potenzialità espressive della nostra lingua italiana. Il poetico fluire del racconto si armonizza con alcune fondamentali informazioni storiche, fornite al lettore al momento giusto, senza alcun stacco dal ritmo narrativo.
Quest’opera, piccola ed elegante nella configurazione datale dall’editore (perfetta la scelta della sovracopertina con una Karahunge sotto un evocativo cielo plumbeo, fotografata da Graziella Vigo), è grande nel valore intrinseco che assume: è un omaggio alla cultura armena, a coloro che hanno lottato nei secoli affinché questa si perpetuasse ed è un dono e un messaggio agli armeni “sparsi nel vasto mondo”, affinché continuino a proteggere e ad accrescere un patrimonio culturale ed una identità irripetibili ed irrinunciabili. Dopo La Masseria delle allodole e La Strada di Smirne, questo breve, intenso romanzo, contribuisce a mantener viva l’attenzione sulle vicende del genocidio, sulla forza e sul coraggio delle donne armene, sul ruolo di tanti umili eroi ed eroine che, come i greci Eleni e Makarios, donando le loro vite per la salvezza degli armeni, possono esser ricordati come giusti, per sempre.

 

 

ARARAT: la montagna del mistero
di Paolo Cossi
Hazard Edizioni, Milano 2011

Paolo Cossi ritorna ad esplorare l’universo armeno attraverso uno straordinario personaggio, Azad Vartanian, alpinista, archeologo, uomo dal grande coraggio e di profonda fede religiosa. Nome non casuale il suo, se si pensa che Azad significa libero in lingua armena, e Vartanian ci rammenta l’eroe Vartan Mamikonian, che nel 451 divenne uno dei pilastri dell’armenità. Azad ha un obiettivo: scalare l’Ararat alla ricerca dell’Arca, o meglio di quanto è convinto che ancora resti, preservato dai ghiacci, della biblica nave. Parte, forte di una serie di documenti raccolti negli anni, e tutti coincidenti nell’avvalorare le teorie secondo cui Mosè si arenò proprio in terra d’Armenia, dopo il Diluvio.
La rischiosa ricerca conduce Azad a pochi passi dalla meta finale, e pertanto dalla comprova della sua teoria. La sua impresa non risulta però fallita, solo non del tutto completata; anzi, è stata fonte di inattese scoperte: mentre si trova in quell’aspro estremo limite del territorio turco, Azad ha modo di conoscere da vicino la popolazione curda, con la sua cultura e la difficile esistenza in un Stato che non concede spazio alle minoranze. Non solo, ma è proprio un semplice, saggio pastore curdo che lo conduce a vedere ciò che resta delle popolazioni armene falciate dal genocidio del 1915: ruderi di villaggi e chiese, appena riconoscibili e innumerevoli ossa insepolte. In quelle lande fantasma sopravvivono solo alcuni khatchkar, tra i più essenziali ed antichi, inequivocabili testimoni del passato.
Anche questo, come il precedente fumetto dedicato al Metz Yeghern, si distingue per la profondità nella ricerca, per la sensibilità espressiva e per i numerosi spunti narrativi, che accendono la curiosità del lettore, che sarà spronato ad ulteriori approfondimenti.
Quest’opera è stata insignita del premio “Fede a strisce. Fumetto cristiano” in occasione del Festival Cartoon Club di Rimini, il 20 luglio 2012.

 

 

LA MEMORIA DEL VENTO
di Mark T. Mustian
Ed. Piemme, Milano 2011

La memoria del genocidio armeno non, come solitamente accade, da parte delle vittime, ma vissuta da uno dei responsabili, uno di quei giovanissimi gendarmi turchi, mandati ad eseguire ciecamente ordini impartiti dall’alto.
Una memoria lungamente cancellata, rimossa, perché troppo dolorosamente colpevole e che riemerge, dopo parecchi decenni, prima con sporadici, incomprensibili flash, poi sempre più martellante, attraverso sogni-incubi, troppo reali per essere pura dimensione onirica o meri effetti collaterali derivati, come sostengono i medici, dalla massiccia terapia farmacologia cui viene sottoposto il protagonista.
Emmet Conn, cittadino statunitense di novantadue anni, vedovo di un’americana, due figlie,Violet e Lisette, un nipote, in realtà si chiamava Ahmet Khan, ma in un’altra vita, ormai sepolta nella lontana terra turca. Finito per un fortuito errore in un ospedale militare inglese con un grave trauma cranico, viene salvato e curato da una biondissima, dolce, ma decisa infermiera americana, che dopo la guerra lo porta con sé nel proprio Paese e se lo sposa. Qui inizia la nuova vita di Emmet: una vita difficile, ma in continua progressiva ascesa, lasciandosi alle spalle un’enorme voragine vuota, che non riesce o non vuole colmare.
Quando ormai la sua vita terrena sta volgendo alla fine, il passato si ripresenta sempre più nitido: il vento gelido che trasporta l’acre odore degli incendi, dei cadaveri, del sangue; grida, occhi e mani imploranti pietà, bambini, tanti bambini trucidati, scene di oscena violenza: Ma si ripresenta anche un’esile e leggiadra figura, due occhi enigmatici ed ipnotici: Araxie, la giovanissima, misteriosa deportata di cui Ahmet si innamora perdutamente e che cerca di salvare ad ogni costo, a qualunque prezzo. Con l’emergere sempre più definito del ricordo, cresce il bisogno di verità, di documentarsi storicamente da parte di Emmet-Ahmet, e con esso un accresciuto, consapevole senso di colpa, un’incapacità di perdonare se stesso, per esser stato allora così ottusamente convinto di stare dalla parte giusta. Sapere se almeno lei, Araxie si è salvata, diventa un ossessivo ultimo obiettivo, e miracolosamente ci riesce. Ne incontra la nipote, impressionante ritratto della nonna la quale “diceva di aver perdonato tutti […] non nutriva rancore verso i turchi, né verso Dio. Aveva visto troppe cose” e poi riteneva di aver anche lei bisogno di esser perdonata, per un antico segreto.
Con questo messaggio ed un’ultima verità sul proprio passato, Ahmet-Emmet deve accomiatarsi da tutti, ma con ancora tanti interrogativi irrisolti, per sempre.

 

 

II LIBRO DEI SUSSURRI
di Varujan Vosganian
Keller editore, Rovereto (TN), 2011

La comunità armena di Romania ha radici lontane e solide. Con orgoglio l’autore di questa massiccia opera ci ricorda che nei pressi di Suceava sorge il monastero armeno di Hacighadar, dedicato alla Vergine, tra i primi costruiti in Europa, intorno al 1512.
Ma è soprattutto sugli armeni di Focşani che Varujan Vosganian si sofferma, sui ricordi d’infanzia e su quell’universo unico e irripetibile costituito dal luogo natale, con la sua grande famiglia, in cui troneggiano le figure dei nonni, paterno e materno, così diverse, eppur complementari, nella formazione del futuro statista e scrittore.
Ricordi di personaggi leggendari e reali, ricordi di aromi intensi, di antichi sapori, di suoni, di bagliori; ricordi di voci, quasi impercettibili, come un sussurro. Perché per Vosganian gli armeni delle sue radici hanno sempre comunicato tra loro sussurrando? E perché un interrogativo, negli anni ha continuato a reiterarsi, come un’eco:”E ora, cosa accadrà?” Anche in Romania gli armeni si son portati dietro la paura, il senso di incertezza, di precarietà, ma nel contempo han conservato anche la caparbia voglia di lottare per conservare la propria cultura. Le loro esistenze hanno fronteggiato poteri avversi: dopo che i bisnonni erano sopravvissuti alla Catastrofe ordita dai Giovani Turchi, i nonni han dovuto guardarsi dagli uomini con i cappotti di pelle, che di notte irrompevano nelle abitazioni per portar via i “nemici del popolo”, facendoli sparire per sempre. Tra questi, incontriamo anche un ancora sconosciuto “ometto mingherlino e basso”, di nome Ceauşescu, dal pugno micidiale, e capace di dirigere il massacro di un intero villaggio, con pochi, secchi gesti di una mano.
Il libro dei sussurri è molte cose assieme: storia di un popolo, storia di una grande famiglia, epopea di una comunità, una comunità di vinti, più che di vincitori, ma poco conta, perché, come diceva nonno Gardapet, “Raramente colui che sembra aver vinto è il vincitore autentico. La storia l’hanno fatta i vinti, non i vincitori”; è anche analisi interiore di colui che scrivendo, dice di farsi portavoce di altri, ma che esprime così la propria armenità, come un valore irrinunciabile.

 

 

TERRA RIBELLE Viaggio tra i dimenticati della storia turca
di Christopher de Bellague
EDT Editore, Torino 2011

Rivedere radicalmente le proprie posizioni, dopo anni di innamoramento per un mondo ed una cultura di cui si sono visti solo gli aspetti fascinosi e positivi, ignorandone il sommerso, governato dai poteri forti, è un’operazione psicologicamente, culturalmente e politicamente coraggiosa. Questo è quanto Christopher de Bellague ha saputo fare: origini britanniche, studi specialistici in lingue orientali a Cambridge, corrispondente per l’Economist in Turchia, di cui padroneggia perfettamente la lingua, negli anni ’90 ha scelto Ankara e soprattutto Istanbul come residenze abituali ed ideali, sentendosi parte di questo mondo, nonchè entusiasta studioso e divulgatore delle teorie kemaliste.
La brusca svolta, una sorta di risveglio interiore, avviene a seguito di una severa stroncatura che un suo articolo subisce da parte di James Russel, professore di studi armeni ad Harvard. Nel suo articolo de Bellague, celebrando i meriti di Kemal Atatürk, minimizzava e distorceva in modo grossolano le vicende connesse al genocidio armeno, prestando il fianco al negazionismo turco in materia. L’accademico statunitense non solo sottolinea l’ignoranza storica del giovane giornalista britannico, ma lo accusa anche di aver contribuito a diffondere le menzogne secondo cui gli armeni, “popolo ribelle” erano insorti contro il governo e morti a causa di non ben precisate deportazioni e massacri.
A partire da questo momento de Bellague inizia una lunga appassionata e coinvolgente ricerca, fatta non solo di studi documentali che attingono a fonti sia armene che turche, ma viaggia nella Turchia più remota e sconosciuta, dove scopre un mondo fino ad allora celato ai suoi occhi, quello dei “dimenticati della storia turca.” Non più la sfavillante ed emancipata Istanbul, ma Varto, remota cittadina nel cuore dell’Anatolia, diviene per alcuni anni la sua nuova casa. Qui si trova ad essere l’unico visibilissimo e molto controllato ospite straniero, e da questo nuovo punto di osservazione impara a conoscere tante storie di armeni nascosti, ma anche di curdi e di aleviti, genti molto diverse tra loro, ma accomunate dal bisogno di conservare la propria identità culturale e linguistica. Incontra molti curdi ed aleviti, di cui studia la storia, passata e recente, e i complessi rapporti con i turchi.
Il genocidio armeno diviene uno dei punti nodali della sua ricerca, che lo condurrà fino alla valle di Newala Ask, “un luogo, si dice, dove la terra è rimasta grigia come la cenere a causa delle ossa dei morti.” Di Hrant Dink, che per uno sfortunato gioco del destino non riesce ad incontrare, dice: “Mi piaceva quell’uomo. Mi piaceva la sua piccola, angusta redazione, che era al centro del mondo armeno e al tempo stesso anche l’estremo opposto. E provavo un forte imbarazzo per lo stato turco e la sua legione di tarchiati difensori, che lo definiva una minaccia.”
Infine, non casualmente, ultimo capitolo ed ultima tappa di questo lungo viaggio nella ricerca della verità, lo troviamo a Erevan, ove la storia di un’antica cintura lo cala profondamente nel senso di perdita che gli armeni continuano a provare.

 


ARMENIA
di Gilbert Sinoué
Ed. Neri Pozza, Vicenza 2011

“Questo romanzo è una storia vera. I fatti principali che vi sono narrati sono verificabili.”

Questa Avvertenza che viene data al lettore prima che abbia inizio una narrazione serrata, cronologicamente conseguente, con rapidi ed efficacissimi cambi di scena – Costantinopoli, Aleppo, la placida e poi lugubre campagna attorno ad Erzurum, il nulla del deserto, l’Ambasciata statunitense, le sale del potere ottomane – non è affatto casuale. Ci troviamo qui dinnanzi ad un romanzo sul genocidio armeno in cui si fondono magistralmente fatti storici, tutti ampiamente documentati, e creatività letteraria. I leader politici, i diplomatici, i militari d’alto grado che vi incontriamo sono tutti realmente esistiti e i ritratti che ne fa l’autore rispecchiano quanto storici e testimoni del tempo ci hanno trasmesso. Nel contempo, le pennellate con cui vengono descritti sono quelle di un consumato artista.   Nata dalla fantasia di Gilbert Sinoué è invece la famiglia Tomassian: il patriarca Vahe, il mite e saggio Ashod, con la moglie Anna, ai suoi occhi “la più bella delle creature”e degna dei versi di Sayat Nova, i loro figli: il piccolo, turbolento Aram, e Shushan, un fiore in procinto di sbocciare, ed ancora incerta se restare ancora per un po’ racchiusa in un rassicurante bozzolo fanciullesco od aprirsi alla vita e all’amore. Tutti, tranne Aram, verranno stritolati dal “ragno con le zanne di sciacallo”, ognuno in modo diverso, ma altrettanto atroce ed immondo, quasi a riassumere, in un unico microcosmo, quegli armeni che, come scrisse Armin Wegner, “morirono di tutte le morti della terra, le morti di tutti i secoli.”
Tra le figure storicamente esistite compaiono anche il poeta Varujan, di cui l’autore immagina l’arresto in quell’indelebile 24 aprile, i giorni di vuota attesa verso un destino già da altri pianificato, e la fucilazione in un luogo remoto, “da qualche parte in Anatolia”; la missionaria danese Karen Jeppe, energica, coraggiosa ed appassionata nella sua lotta per cercar di salvare, curare e proteggere gli armeni perseguitati; Soghomon Tehlirian, prima giovanissimo studente, quindi lungo le marce della deportazione, ed infine determinato vendicatore, quando nel 1921 scova ed uccide Talaat Pasha, rifugiatosi a Berlino sotto mentite spoglie.  
Ed infine, tra le figure di fantasia, non poteva mancare un “turco buono”, un “uomo giusto”, lo zabtieh Asim, sincero amico di famiglia, che paga con la vita il tradimento verso le autorità che egli stesso rappresentava, per aver tentato, fino all’ultimo di salvare i Tomassian, ben sapendo che con questa scelta avrebbe quasi sicuramente firmato la propria condanna a morte. 

 

 

LE RAGIONI DEL KARABAKH Storia di una piccola terra e di un piccolo popolo
di Emanuele Aliprandi
&My Book Ed. Vasto (CH), 2010

Non è affatto facile districarsi all’interno dell’ingarbugliata matassa creatasi all’interno della questione karabakha, ma questo lavoro così ricco di informazioni e riferimenti documentali, chiarisce certamente molte delle problematiche che stanno all’origine di un conflitto iniziato nel 1988 e conclusosi nel 1994 con un armistizio; conflitto che ha visto fronteggiarsi l’Azerbaigian (di etnia turca) e il Nagorno Karabakh (enclave armena in territorio azero), in cui quest’ultimo ha rivendicato ed infine ottenuto l’autodeterminazione e l’indipendenza dal dominio azero.
Ma le ragioni che stanno all’origine di questi eventi partono da lontano, ed Emanuele Aliprandi cerca di farceli ripercorrere, passo dopo passo. Partono dal Karabakh antico, un piccolo angolo di Caucaso in cui si registrano insediamenti armeni in epoca precristiana, in cui Mesrop Mashtots fondò, ad Amaras, la prima scuola di lingua; una terra che con la denominazione armena di Artsakh, continuerà ad essere individuata come abitata dal popolo armeno anche durante le dominazioni persiana, arba, selgiuchida, tartara e mongola. Le popolazioni armene residenti in questo territorio non hanno mai storicamente cessato di lottare per la propria autodeterminazione, se non politica, almeno culturale e religiosa, con esiti diversi, a seconda dei momenti, sino a giungere agli inizi dell’Ottocento, quando il territorio karabakho fu annesso all’Impero russo. Una volta che questo è divenuto parte dell’URSS, negli anni ’20 si registrano reiterate richieste autonomiste da parte del Nagorno Karabakh, ma Stalin si dimostra sordo a tali appelli, per ragioni interne – la sua politica di russificazione delle varie repubbliche è cosa nota – e di politica estera, visti gli interessi ad instaurare proficui rapporti con la nascente repubblica turca forgiata da Kemal Atatürk.
Una situazione che ha continuato a trascinarsi negli anni, sino alla disgregazione dell’Unione Sovietica, momento in cui nulla e nessuno riescono ad impedire che quelli che erano stati scontri locali di diversa entità, sfocino in un conflitto armato vero e proprio. Di questo ci viene qui fornita una cronaca dettagliata, nelle sue diverse fasi. Ci vengono anche elencate le cause che hanno fino ad oggi impedito la firma di un trattato di pace, tanto necessario per le diverse parti coinvolte: fragilissimi equilibri politici, interessi economici legati al greggio azero, “eterni”giochi di potere, fanno attendere non solo la stabilità data dalla pace, ma anche il riconoscimento internazionale dell’auto proclamata Repubblica del Nagorno Karabakh.
A conclusione, un interessante capitolo su questa giovane repubblica: forma di governo, partiti politici, istituzioni, luoghi di interesse storico, artistico, culturale e dati statistici.

 

 

DIARIO 1913 – 1916 Le memorie dell’ambasciatore americano a Costantinopoli negli anni dello sterminio degli armeni
di Henry Morgenthau
Ed. Guerini e Associati, Milano 2010

Ebreo, nato in Germania, ma emigrato giovanissimo negli Stati Uniti, di cui si sente parte integrante a tutti gli effetti, Henry Morgenthau, rinuncia ad una promettente carriera di avvocato per dedicarsi, nel 1912 al sostegno della candidatura presidenziale del democratico Woodrow Wilson. Questi, una volta eletto, avvia il suo valente collaboratore alla carriera diplomatica, spedendolo però nell’insidioso terreno di un impero ottomano in sfacelo, con una guerra alle porte, e dove dal 1908 detiene di fatto il potere il Comitato per l’Unione e il Progresso, meglio noto come il partito dei Giovani Turchi, che, Morgenthau non esiterà a definire “una banda di pirati, di ganster irresponsabili”, interessati solo al potere e al tornaconto personale.
Quando, con moderato entusiasmo, ma animato da un profondo senso del dovere e di obbedienza nei confronti del proprio presidente, Morgenthau parte alla volta di Costantinopoli, non immagina certo quanto questa manciata di anni sarà un’esperienza fondamentale, non solo sul piano politico e professionale, ma anche, e soprattutto umano. Si trova infatti non solo ad assistere alle complesse manovre diplomatiche e ai retroscena che sottendono gli inizi del primo conflitto mondiale, ma è testimone del genocidio del popolo armeno, che egli definì “il più terribile episodio della storia del mondo.”   
I suoi diari sono una testimonianza in diretta, circostanziata, supportata da fonti più che attendibili di altri autorevoli occidentali presenti sul territorio. Morgenthau non solo denuncia tempestivamente le stragi al Dipartimento di Stato del proprio Paese, ma - oltrepassando le prosaiche e meschine questioni di realpolitik – mette in atto quanto è in suo potere per cercare di fermare lo sterminio. Incontra ripetutamente Talaat ed Enver, che aveva imparato a conoscere bene e di cui si era guadagnato stima e rispetto: prova ad usare le argomentazioni più diverse, ma è tutto inutile. Cozza contro un muro fatto di ottusa crudeltà e di una paranoica lettura della realtà, con cui giustificano la distruzione di un popolo. Falliti gli incontri con i triumviri, Morgenthau, si appella all’ambasciatore tedesco Wangenheim, ma questi si rifiuta categoricamente di intervenire in favore degli armeni, che al pari dei turchi giudica traditori e pericolosi nemici interni. 
Non solo per l’atteggiamento del diplomatico tedesco, ma anche per altre ragioni, l’ambasciatore americano reputa la Germania responsabilmente coinvolta nell’organizzazione della macchina genocidaria: tedeschi erano i consiglieri militari, tedesca la metodica di usare la deportazione come strumento repressivo nei confronti di una minoranza.      Purtroppo nemmeno il Dipartimento di Stato di Washington ritiene opportuno dare ascolto all’accorato appello del proprio ambasciatore, che nel 1916 ritorna in patria. “Non ero riuscito a fermare il massacro degli armeni, e ai miei occhi la Turchia era diventata un luogo di orrori. Soprattutto mi era diventata insopportabile la frequentazione quotidiana con uomini che, a dispetto della cortesia, disponibilità e amabilità manifestate nei confronti dell’ambasciatore americano, avevano le mani sporche del sangue di poco meno di un milione di esseri umani.”     Tornato negli Stati Uniti, Morgenthau si dedica ad un’intensa attività di sostegno per gli armeni sopravvissuti, sensibilizzando l’opinione pubblica e raccogliendo fondi. Suoi sono stati anche gli intervanti sul piano diplomatico per la creazione di una nuova Armenia indipendente, ma allora la lotta fu impari. 
Queste pagine di diario non sono solo una documentazione storica di indiscussa importanza, ma anche una lettura agevole, ricca di episodi, aneddoti, spunti per ulteriori approfondimenti. In uno stile molto piacevole, fluido, vengono tratteggiati ritratti molto acuti, talora ironici, dei personaggi di spicco con cui si trova ad interagire. Osservazioni efficaci sui piccoli particolari, rappresentativi di un tutto, come i “giganteschi polsi” fermi sul tavolo di Talaat, “le mani bianche e delicate” di Enver, e il gigantesco Wangenheim, “autentico mangiafuoco teutonico.”

 

 

COMMISSIONE PER LA PUBBLICAZIONE DEI DOCUMENTI ITALIANI SULL'ARMENIA
COMMITTEE FOR THE PUBLICATION OF THE ITALIAN DOCUMENTS ON ARMENIA
Documenti Diplomatici Italiani sull'Armenia | Italian Diplomatic Documents on Armenia
SECONDA SERIE: 1891-1911 | SECOND SERIES: 1891-1911
(Diretta da | Directed by Marta Petricioli)
Volume 6 - Tomo 1 e 2 (22 Ottobre 1899 - 18 Settembre 1911)
Volume 6 - Tome 1 & 2 (October 22, 1899 - September 18, 1911)
A cura di Hilmar Kaiser e Massimo Sciarretta | Edited by Hilmar Kaiser e Massimo Sciarretta
Firenze, 2010

OEMME EDIZIONI
Dorsoduro 1602
I-30123 Venezia
ISBN 978-88-85822-35-1

La questione armena è uno dei maggiori problemi che stanno al centro della “questione d’Oriente”, vale a dire del rapporto diplomatico e politico tra le grandi potenze europee e l’Impero ottomano nel periodo compreso tra la fine dell’Ottocento e la prima guerra mondiale, o meglio tra il congresso di Berlino del 1878 e i trattati di pace che conclusero la grande guerra nel 1923. Fu infatti a Berlino, e poco prima a Santo Stefano, che la situazione degli armeni delle province orientali dell’Anatolia fu sottoposta all’attenzione della diplomazia europea, ottenendo un primo riconoscimento della sua gravità, e fu a Sèvres, nel 1920, che gli armeni videro riconosciuto il loro diritto ad avere un proprio stato nella regione: una repubblica armena che, però, fu cancellata nel successivo trattato di Losanna. 
In questo intervallo, gli armeni furono oggetto di una serie di stragi, di cui le più dure furono compiute negli anni 1894-1896, nel 1909 e nel 1915. Questi eventi, che commossero l’opinione pubblica europea, sono noti da tempo e hanno formato oggetto di pamphlet, di opere memorialistiche, di trattazioni di carattere generale e monografico e di raccolte di documenti. In molti casi, tuttavia, il tono di questi lavori è polemico, infarcito di accuse e di contro accuse da parte delle vittime e degli aguzzini, e spesso non trova riscontro in un apparato documentario scientifico. Ciò si spiega non solo per le “passioni” che l’argomento ha suscitato e continua a suscitare, ma anche per il fatto che molti archivi o non sono mai stati aperti agli studiosi indipendenti o non sono stati esplorati con attenzione e pazienza nella loro interezza.
Con questa opera, la Commissione per la pubblicazione dei documenti diplomatici italiani sull’Armenia si propone di colmare una lacuna, almeno per quanto concerne la documentazione conservata presso l’Archivio storico diplomatico del Ministero degli Esteri italiano. L’opera intende coprire tutto l’arco di tempo compreso tra il 1878 e il 1923, attraverso la pubblicazione di tre serie di volumi. La prima serie, composta di tre volumi, si riferisce agli anni 1878-1890; la seconda, che comprende sei volumi, riguarda gli anni 1891-1916; la terza serie, articolata in tre volumi, documenta gli anni 1917-1923. I documenti pubblicati sono, nella misura del possibile, tutti quelli conservati in archivio e quindi, non solo i documenti che per il loro carattere generale servono allo studio della politica estera italiana o all’analisi dei rapporti diplomatici tra le grandi potenze dell’epoca, ma anche, e soprattutto, quelli che concernono più da vicino la questione armena.  
I testi dei documenti sono riportati nella loro integrità, con piccoli interventi di carattere redazionale che hanno l’unico scopo di “modernizzare” la grafia di alcune parole, evitando un eccessivo numero di sic, o di diminuire l’uso smodato delle maiuscole di moda a fine Ottocento. I nomi delle persone e dei luoghi – armeni, kurdi e turchi – citati nei documenti sono conservati nelle traslitterazioni originali, che spesso, purtroppo, sono ben lontane da una traslitterazione scientificamente accettabile. La cura di ciascun volume è affidata a giovani studiosi che ne firmano la prefazione.

Ennio Di Nolfo

 

 


 

Altre News

* 25-26 novembre 2017, Corso di duduk armeno con il maestro Gevorg Dabagyan. VENEZIA

* Domenica 19 novembre 2017, ore 18.00 celebrazione della S. Messa in rito armeno-cattolico presso la Basilica  del Santo di Padova - Sala del Capitolo (Cappella del Chiosto della Magnolia). La Messa è in lingua armena, mentre l’omelia è in italiano. Il celebrante è S.E. Boghos Levon Zekiyan

* In libreria "Il genocidio degli yazidi" di Simone Zoppellaro, ed. Guerini e Associati. Collana "Frammenti di un discorso mediorientale" diretta da Antonia Arslan. (copertina)   

* Si segnala la recente uscita di un CD della ECM Records di KOMITAS. Seven Songs - pianista Lusine Grigoryan      

* Pubblicazione dell'opera "Benedici questa croce di spighe…"  Antologia di scrittori armeni vittime del Genocidio  (comunicato stampa)

*  La Congregazione Armena Mechitarista propone "UN ITINERARIO sulle tracce della presenza armena a Venezia".

 


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