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TAVOLOZZA ARMENA : dalla pittura all’artigianato

 

Non è facile, restando in Italia e basandosi sulla bibliografia reperibile nel nostro Paese, farsi un’idea il più possibile composita dell’evoluzione della pittura armena. Altro è aver modo di visitare musei e pinacoteche in Armenia, dove – come al Museo Storico di Erevan, situato nella centralissima Piazza della Repubblica – possiamo ripercorrere la storia dell’arte armena, dalle origini fino ai giorni nostri.

Qui comunque ci limiteremo ad offrire solo alcune indicazioni, facendo riferimento a quanto può essere visionato in Italia e a Venezia in particolare.

Una delle prime rilevanti espressioni pittoriche armene è offerta dai codici miniati. Lo straordinario patrimonio dell’Isola di San Lazzaro ci conserte di ammirare miniature raffinatissime e molto singolari. Poiché caratteristica tipica del manoscritto miniato armeno è – come già detto in precedenza – la presenza del colophon, questo ci consente spesso di conoscere non solo il nome dell’autore del testo, ma anche quello dell’artista che ha realizzato le miniature. Tra i tanti nomi storicamente emersi primeggia quello di Thoros Roslin, che visse e operò nella seconda metà del XIII sec., seguito da Sargis Pitzak, vissuto nella prima metà del XIV sec.

Le miniature armene coprono un arco temporale molto ampio, che va dal IX al XIX sec., ma il XIII secolo è stato definito il “periodo aureo” di quest’arte.1 Da un’analisi generale vi osserviamo una serie di elementi ricorrenti, quali svariati inserti vegetali e zoomorfi, laboriosi arabeschi e lunette molto elaborate. Tra gli animali ricorrono la gru assieme ad un ampio campionario ornitologico e diversi leoni araldici; il mondo vegetale comprende numerosi alberi da frutto, fra cui l’inconfondibile ed irrinunciabile melograno, e fantasiose composizioni floreali. Particolarmente interessanti appaiono i capilettera. Spesso molto enfatizzati, possono in taluni casi estendersi per quasi tutta l’altezza della pagina. Ricorrenti le croci, da cui si dipartono foglie, fiori e intrecci di virgulti. Talune miniature occupano un’intera pagina, in apertura del testo scritto: questo specialmente quando raffigurano gli Evangelisti o eventi sacri quali l’Annunciazione, la Natività, etc. Le figure si mostrano ieratiche, assorte, spesso isolate o separate dal fondo mediante un drappo appeso alle loro spalle.

La tavolozza è molto ricca, con un raffinato gioco di sfumature. Secondo quanto testimoniato dallo scrittore Vrthanes Kertogh, vissuto a cavallo tra il VI e il VII sec., i colori usati erano il risultato di un assortimento di ingredienti naturali combinati assieme, secondo ricette segrete, tramandate da padre in figlio: tra questi ingredienti troviamo la gomma, il vetriolo, latte, uova, arsenico, verderame, calce, camomilla, lapislazzuli. Il tutto mantenuto pressocchè inalterato grazie alle proprietà adesive e disinfettanti del succo d’aglio, che fungeva da diluente.

La maggior parte del più prezioso patrimonio di miniature fu realizzato in Cilicia, tuttavia tale tradizione perdurò oltre il crollo del suo regno, continuando in centri diasporici come Costantinopoli e Nuova Giulfa. In entrambe le sedi la miniatura godette del sostegno dei ceti agiati, soprattutto mercantili, e si sviluppò secondo due indirizzi: uno più legato alla tradizione e uno sensibilmente influenzato da modelli occidentali. Sono stati anche catalogati una settantina di manoscritti miniati realizzati in Italia, in conventi di monaci armeni. Risalgono, ad esempio, al XIII sec. due Evangelari miniati, di cui uno appare più legato alla tradizione, mentre un secondo inserisce elementi nuovi, quali edifici porticati, strutture turrite e merlate, baldacchini di chiaro richiamo locale. La gamma cromatica appare qui piuttosto limitata: i colori base – nero, rosso, giallo e celeste – sono accostati senza le sfumature intermedie caratteristiche delle opere ciliciane.

La tradizione della miniatura ha lasciato un segno profondo nella cultura e nella coscienza armene, e una sorta di legame atavico con essa emerge nelle opere di due pittori armeni noti anche in Italia: Martiros Sarian e Gerardo Orakian.

 

Martiros Sarian (1880-1972) fu definito da Renato Guttuso “un pittore forte e gentile, cui spetta un posto di rilievo tra i pochi veri artisti della prima metà di questo nostro XX secolo”.2

Artista di statura internazionale, Sarian attinse ispirazione dalla cultura russa, da quella occidentale – francese in particolare – e da quella armena antica, dando vita ad una produzione vastissima, che, non a caso, firmò ora in caratteri armeni, ora in cirillico, ora in lettere latine.

Nato in Russia, nei pressi di Rostov-sul-Don, studia a Mosca e visita l’Armenia per la prima volta nel 1901. L’impatto con la natura, il territorio, la luce e i colori del paese, lasciano un segno profondo, assieme ai primi contatti con la cultura popolare. Ne deriva un ciclo pittorico denominato Fiabe e sogni, in cui è evidente l’influsso del Simbolismo: qui persone, piante e animali dialogano armonicamente e “le radici di questo dialogo affondano nel passato […] tipico delle fiabe e delle canzoni popolari”.3

Già nel 1909 però si discosta dai soggetti fiabesco-fantastici per concentrarsi maggiormente sulla figura umana, dipingendo volti severi, assorti che ricordano i tratti delle antiche miniature; il tutto però avvolto in una luce calda, solare, sprigionata da uno straordinario uso del colore.4

Sarian era già divenuto un artista affermato in Russia, quando nel 1915 la sua ispirazione subì una brusca battuta di arresto a seguito della visione traumatica degli effetti del genocidio. Dopo cinque anni in cui la depressione ne aveva annichilito la creatività, nel 1920 decise di trasferirsi definitivamente in Armenia, a Erevan, dove riprese a dipingere. Da questo momento l’Armenia diventa il tema principale delle sue opere. Di quello che ormai è divenuto il suo paese, ci fornisce l’immagine di una terra biblica, paradisiaca, in cui colore, luce, natura appaiono immersi in un’immutabile armonia.

Sarian godette di fama internazionale, grazie alle numerose esposizioni nelle più importanti città europee, a partire dal 1909. Partecipò anche a cinque Biennali di Venezia. A Erevan la sua casa museo raccoglie oltre ad una vastissima produzione pittorica dagli inizi della sua carriera fino alle ultime opere, una serie di documenti storici che attengono ai momenti salienti della sua vita.

A San Lazzaro sono esposti alcuni dipinti dell’artista.

 

Gerardo Orakian (1901-1962) non ebbe pari fortuna. La vita di questo artista è stata associata, per taluni aspetti, a quella del poeta Hrant Nazatiantz. Entrambi formatisi culturalmente a Costantinopoli, entrambi spiriti ribelli e presto membri di organizzazioni studentesche non gradite al governo ottomano, entrambi esuli in Italia dopo essersi lasciati alle spalle “una patria lacerata e distrutta, nella quale non poterono più fare ritorno e nella cui bruciante nostalgia consumarono la loro esistenza”.5 Ma mentre Nazariantz emigra in Italia nel 1913, Orakian vive da adolescente gli anni del genocidio e arriva in Italia solo nel 1920. Devono quindi trascorrere altri cinque anni prima che il giovane decida di dedicarsi totalmente alla pittura, iscrivendosi all’Accademia delle Belle Arti di Roma. Da allora inizia una carriera sofferta, volutamente estranea alle regole del mercato e mai compiacente nei confronti della critica. Orakian condurrà una vita di stenti, spesso ai margini della società, traendo limitati guadagni dalla vendita delle sue opere, che spesso preferiva semplicemente regalare a chi dimostrava di apprezzarle. Unici amici di una vita, i coniugi De Simoni, che da subito credettero nel suo talento e lo sostennero sempre, psicologicamente e materialmente, anche nei periodi più bui. La maggior parte delle opere di Orakian si trova in Armenia, per espressa volontà dell’artista, mentre quelle rimaste in Italia costituiscono una collezione privata della famiglia De Simoni, con l’eccezione di un dipinto esposto a San Lazzaro.

Nella pittura di Orakian è stata riscontrata una personalissima fusione di elementi propri sia dell’Espressionismo, sia della corrente Metafisica, il tutto però condizionato da un imprescindibile legame con l’armenità. Amenità “che riaffiora puntualmente ora nei temi, che ripercorrono la tragedia del popolo sfortunato, ora nei tratti somatici propri della sua razza, che il pittore riproponeva stilizzati e stigmatizzati”.6 Nei volti di Orakian emerge, secondo Glauco Viazzi7, l’influsso della pittura bizantina e della miniaura armena. Non solo, ma il critico rileva che “la sua visione del mondo è amara e sarcastica; il giudizio della vita severo e irrevocabile”.8 Ed aggiunge che Orakian “esprime in profondità il senso del dramma armeno”, dipingendo volti cupi, “paesaggi atroci, deserti, sofferti, sul cui sfondo emergono le cupole tipiche delle chiese armene”.9

Poco propenso a partecipare ad eventi pubblici, Orakian allestì poche esposizioni. Dopo una prima personale a Roma nel 1947, espose a Venezia, nel 1950, in campo Manin, dove Virgilio Guidi lo presentò come “un vero artista armeno”.10 Seguiranno altre tre mostre, sempre a Roma, tra il 1955 e 1962, anno della morte.

 

Per quanto concerne la pittura armena del ‘900, il pubblico italiano ebbe modo di conoscere una carrellata di artisti, grazie ad una mostra allestita a Padova, presso il Museo Civico degli Eremitani, dal 24 ottobre al 6 dicembre 1987, ed intitolata “Sarian e i suoi contemporanei.” Molti di questi artisti, pur nella loro specificità, sono accomunati da un forte legame culturale con la Russia, la città di Mosca in particolare - ed altrimenti non poteva essere fintanto che l’Armenia era parte integrante dell’Unione Sovietica - e con Tbilisi, la capitale georgiana, che fu storicamente un importante centro culturale, in cui operò una nutrita comunità armena. Questi stessi artisti, in Europa, ebbero come punto di riferimento la città di Parigi.

 

Altri due artisti devono esser qui menzionati, per il loro legame con l’Italia e con Venezia: Hovannes (Ivan) Ayvazovski e Arshile Gorky (pseudonimo di Vosdanik Manuk Adoian).

Hovannes (Ivan) Ayvazovski (1817-1900), per formazione appartiene sia all’arte russa che a quella armena: infatti alcune sue opere sono firmate in caratteri armeni. Già pittore affermato e membro dell’Accademia delle Belle Arti di San Pietroburgo, l’artista venne in Italia nel 1840 per far visita al fratello, l’erudito monaco mechitarista Gabriel Ayvazovski. San Lazzaro fu la prima tappa di un lungo viaggio in tutta Italia. A ricordo di questa esperienza, l’artista ha dipinto numerosi quadri di ambientazione italiana. Famosi sono Il Faro di Napoli del 1842 e Caos. La creazione del mondo (1841) attualmente esposto al Museo di San Lazzaro, in cui emerge una visione del mondo intrisa di drammatico romanticismo. Legati alla sua permanenza presso i mechitaristi di San Lazzaro sono i dipinti I Padri mechitaristi sull’isola e Visita di Lord Byron ai Mechitaristi dell’Isola di San Lazzaro.

Arsile Gorky (1904-1948), nato a Khorkom, un villaggio nella regione di Van, visse la drammatica esperienza del genocidio, con la perdita della madre a seguito delle marce forzate. Appena quindicenne, al pari di tanti intraprendenti giovani sopravvissuti, emigra assieme alla sorella negli Stati Uniti, dove, dopo una prima fase pittorica che evidenzia l’influsso di Cézanne, Braque e Picasso, nel corso degli anni, diventa un affermato pittore surrealista. Muore suicida a soli 44 anni, a seguito di una grave malattia e di un incidente che gli aveva irrimediabilmente compromesso l’uso della mano con cui dipingeva. In Italia la sua opera è divenuta famosa grazie a quella celebre scopritrice di talenti che fu Peggy Guggenheim, la quale portò alla Biennale del 1948 un quadro dell’artista. La Collezione Guggenheim di Venezia conserva una tra le più importanti tele di Gorky: Senza titolo, del 1944. Nonostante fossero trascorsi molti anni dalla sua partenza dalla terra natale e fosse divenuto un integrato cittadino americano, il ricordo di Khorkom e dell’Armenia restava vivo nell’artista, che nel 1944 scriveva alla sorella: “ Li sogno sempre ed è come se qualche antico spirito armeno albergasse dentro di me e guidasse la mia mano per ricreare quelle forme che la natura assume nella nostra terra natale, con i giardini, i campi di grano e gli orti che appartenevano alla nostra famiglia Adonian a Khorkom.”

 

Dall’arte all’artigianato

Senza uscire dal Museo di San Lazzaro, e restando esattamente nella stessa sala in cui è esposto il quadro di Ayvazovski, ci troviamo di fronte ad una ricca esposizione di un’ “arte minore”, ma ugualmente interessante e rappresentativa qual è quella della ceramica.

La collezione di San Lazzaro consta di una raccolta di ceramiche originarie della città di Kütahya (antica Kutina), oggi piccolo centro a sud-est di Istanbul. La maggior parte di questi pezzi fu raccolta tra gli anni’30 e’70 da un antiquario armeno di Whichita (Kansas), Harutiun Kurdian.

A Kütahya fiorì, tra il XVIII e il XIX sec. un’importante industria della ceramica, specializzata nella produzione di piccoli oggetti di uso domestico. Altri centri si crearono in prossimità di giacimenti di argilla, ma Kütahya si distinse per il livello di qualità del prodotto.

Elemento ricorrente in queste ceramiche è il monogramma del ceramista, che spesso aggiunge il nome del committente accompagnato da iscrizioni dedicatorie. Anche in questo caso, come per i manoscritti miniati, tali indicazioni ci forniscono dati storici e ci consentono di contestualizzare con un relativo margine di sicurezza il manufatto. Nella collezione veneziana troviamo diverse borracce del pellegrino, boccette da profumo, globi per ornare i lampadari delle chiese, oltre ad altri utensili in cui compaiono motivi vegetali fortemente stilizzati, a svolgimento ondulato o avvolgente, dominati dalla presenza di foglie lanceolate e seghettate; frequenti sono gli animali marini, i fiori, curiosi pesci guizzanti e impigliati nella rete che danno una vivace idea del movimento.11 I colori dominanti sono il nero verdastro per i contorni del disegno, il blu cobalto, il giallo cromo, il verde smeraldo e il rosso vinaccia.

Vartuhi Demirdjian Pambakian, autorevole e affabilissima rappresentante della comunità armena di Milano, da diversi anni si dedica con passione e precisione allo studio di una tradizione armena molto antica, quella del pizzo, del merletto e del ricamo.

Ritrovamenti archeologici fanno pensare che già in epoca urartea, ovvero agli inizi del primo millennio a.C., la cultura armena avesse già sviluppato una produzione di tessuti molto elaborata, con l’impiego di raffinate decorazioni. Sono state infatti rinvenute statuette ritraenti figure femminili che indossano vestiti orlati con bordature finemente lavorate. Si ipotizza che all’epoca venissero impiegati materiali quali la seta e l’oro filato, stando a quanto gli scavi ci hanno restituito.

Nei secoli successivi si sviluppò la tecnica del pizzo ad ago, che divenne noto come “pizzo armeno”. Il suo aspetto caratteristico è dato da archetti effettuati attraverso un nodo particolare, non più scioglibile, che chiude ciascun archetto. Il filo impiegato poteva essere di cotone, seta o canapa, se non, in certi casi, il filo d’oro, e il lavoro poggiava su un disegno preparatorio. Generalmente di forma circolare - più rari quelli di forma ovale o quadrata – il pizzo armeno può ricordare sotto molti aspetti quello tipico di Burano. Diffuse sono anche le lavorazioni lineari, usate per bordature della biancheria personale e della casa: queste tradizionalmente facevano anche parte dei copricapo ricamati, che le donne armene erano solite indossare in passato e che venivano inseriti nei corredi nuziali.

In pizzo possono venir realizzati anche molti lavori per l’arredo della chiesa, in cui si inseriscono iscrizioni votive ed immagini sacre.

L’arte del pizzo si è diffusa in tutta l’Armenia storica, “ma raggiunge l’apice della sua fantasia creativa nella zona di Van e a Costantinopoli, dove realizzano, con la stessa tecnica, lavori policromi di scultorea plasticità e di incomparabile bellezza”.12 I lavori possono essere arricchiti da decorazioni a rilievo, con tralci di fiori o frutti, in cui la scelta del colore è molto accurata e raffinata. Rare invece appaiono le raffigurazioni di animali.

Anche nell’Armenia odierna questa tradizione non è stata abbandonata, e capita di incontrare, nei mercatini frequentati dai turisti, anziane donne che, per cifre contenute, propongono l’acquisto di pizzi finemente confezionati secondo tecniche trasmesse da generazioni.

Anche “il ricamo occupa un posto importante nella cultura armena. Non è appannaggio solo delle classi nobili e delle dignità sacerdotali, ma appartiene al gusto e alla tradizione di ogni ceto della popolazione.”13 Singolare risulta il fatto che gli artigiani di questo settore in passato siano stati sia donne che uomini, in genere monaci.

Se per i corredi popolari venivano usati materiali più poveri, nei corredi nobiliari e religiosi frequente era l’impiego di fili d’oro o d’argento, assieme alle pietre semi-preziose e alle perle. In ambito religioso, sono stati ritrovati dei codici miniati con rilegature preziosamente ricamate; a San Lazzaro è conservata un’importante raccolta di paramenti sacri e corredi d’altare, compresi i teli che il sacerdote impiega per reggere il Vangelo o la Croce, durante la Santa Messa.

Nell’isola troviamo anche preziosi ricami appartenuti ai corredi femminili di due illustri famiglie armene, i Kurtian e gli Ispelian. Questi ultimi sono noti anche per aver finanziato la costruzione dell’edificio circolare, climatizzato e realizzato secondo tecniche antincendio, dove sono conservati i manoscritti antichi.

Se fino alla fine del XIX sec. il ricamo si era diffuso, sia pur con stili diversi, in vari centri quali Urfa, Marash, Karin, Aintap, Tiflis, Costantinopoli, Smirne, Brussa, dopo il genocidio quest’arte fu ripresa e mantenuta viva in laboratori gestiti da suore armene che, in Francia come in Italia, accoglievano giovani armene, orfane e profughe. Negli anni ’20 si aprirono anche molti laboratori di ricamo all’interno dei campi profughi e negli orfanotrofi. In tal modo, alle giovani rimaste sole al mondo era offerta l’opportunità di apprendere un mestiere e crearsi una futura fonte di sostentamento. In Italia, tra il 1923 e il 1932 operò l’Orfanotrofio Femminile di Torino, sotto la guida delle suore armene dell’Immacolata Concezione di Costantinopoli, le quali gestivano anche l’Ospizio della Carità: qui ebbero ospitalità quattrocento orfane armene, le quali, oltre ad apprendere l’arte del ricamo, seguivano un più ampio programma educativo, comprendente l’apprendimento della lingua italiana e il recupero di quella armena, che avevano nella maggioranza dei casi dimenticato a seguito delle traumatiche vicende attraversate.

La creazione artigianale armena più nota al grande pubblico resta sicuramente il tappeto. I tappeti caucasici in genere sono molto apprezzati e ricercati dal mercato odierno, e relativamente noti anche tra i non specialisti del settore. Ma come si fa a riconoscere un tappeto armeno?

La tipologia più nota è quella del “tappeto del drago”: vishapagorg in armeno, da vishap = drago e gorg = tappeto. Il drago (vishap), come già spiegato in precedenza, è una figura tradizionale della mitologia armena. Nel tappeto il drago appare spesso molto stilizzato, a forma di “esse” maiuscola, posizionata al centro: in tal caso il drago è circondato da figure zoomorfe e vegetali e da elementi romboidali che danno l’idea di un movimento continuo. In altre tipologie il motivo del drago si evolve lungo i lati del manufatto. Tra le figure zoomorfe compaiono spesso leoni, fenici ed animali fantastici, facilmente ritrovabili anche nei bassorilievi ornamentali di molte chiese armene antiche. Altri tappeti tipici armeni sono il tappeto detto artzvagorg, ovvero “tappeto dell’aquila”, e il tappeto odzakapert – “tappeto del serpente.” Quest’ultimo si ispira ad una leggenda secondo cui dei draghi (vishap) salirono al cielo per dare la caccia al Sole, ma questi li respinse, trasformandoli in serpenti e facendoli così ricadere sulla terra.

Presso diversi popoli l’arte del tappeto è una delle più antiche. Sovente armeni, turchi e persiani se ne contendono, per così dire, la primogenitura.

Un’antica leggenda armena narra che un vecchio pastore, mentre scendeva dalle pendici dell’Ararat, fu colto da un repentino abbassamento della temperatura e, poiché il mantello tessuto a kilim con cui si riparava non gli era sufficiente, si ingegnò ad annodare dei fili di lana attraverso tutta la trama della tela, ottenendo così un primo rudimentale antenato del tappeto. Ma questa è leggenda, e sicuramente turchi e persiani ne avranno di simili.

Lo studioso tedesco Ulrich Schürmann (1982) invece ritiene che il tappeto più antico a noi pervenuto – il tappeto “Pazyryk”, databile V sec. a C., ritrovato nei ghiacciai del Monti Altai nel 1947 ed oggi conservato all’Ermitage di San Pietroburgo – sia di fattura armena. Quel che è certo è che Marco Polo fu un grande estimatore dei tappeti armeni, tanto che ne Il Milione, nel 1271, scrive: “Gli armeni e i greci, che vivono tra i turcomanni, tessono i migliori e i più ricercati tappeti del mondo.”14

I primi vishapagorg a noi pervenuti risalgono al XV sec., mentre i “tappeti del serpente”, detti odzakapert, hanno fatto la loro prima comparsa nel XVII sec. In generale siamo portati a pensare al tappeto come ad un oggetto di ampie dimensioni da collocare sul pavimento o, secondo una consuetudine orientale e slava, appeso, a mo’ di arazzo, alla parete; dobbiamo però sapere che nei secoli scorsi i tappeti erano anche destinati a diversi usi nella vita quotidiana. Venivano infatti impiegati tessuti lavorati a tappeto per confezionare sacche per contenere indumenti, biancheria, o borse per uso personale.

In Armenia la lavorazione dei tappeti ha sempre occupato un posto importante tra i mestieri tradizionali. Questo sicuramente favorito dalla presenza sul territorio delle materie prime, la lana, innanzi tutto. A tale proposito una curiosità: nella lingua armena i diversi tipi di lana assumono denominazioni diverse e specifiche, ad indicare l’importanza che questo prodotto ha sempre avuto nella vita degli armeni. Altri materiali fondamentali reperibili sul posto erano anche il cotone e la seta che, assieme alla lana, venivano trattati con coloranti naturali di origine minerale, vegetale e animale.

Il mercato del tappeto si è sviluppato verso diversi paesi europei a partire dal XVII sec.; a Venezia tale commercio fu particolarmente intenso e le nobili e ricche famiglie della Serenissima consideravano il possesso e lo sfoggio dei tappeti armeni nelle proprie dimore una sorta di status symbol irrinunciabile. Molti quadri dell’epoca, ritraenti gli interni dei palazzi veneziani, lasciano infatti intravedere la presenza di tappeti armeni.

I tappeti armeni antichi, tradizionalmente caratterizzati da nodi fittissimi, sono esposti in diversi musei nel mondo. A Erevan innanzi tutto, al Museo di Storia Nazionale si possono ammirare decine di tappeti, realizzati in epoche diverse e secondo le varie tipologie precedentemente menzionate. Famoso comunque è anche il tappeto “Gohar”, dal nome della sua tessitrice che non si è limitata a firmarlo, ma vi ha aggiunto una lunga frase in armeno, precisando la data di produzione: il 1700. Questo manufatto straordinario è conservato al Victoria and Albert Museum di Londra. Diversi altri tappeti artisticamente rilevanti sono esposti in molte città europee, tra cui Berlino o Budapest. Un vishapagorg di notevole pregio era conservato presso la chiesa parrocchiale di Burano, ma fu ceduto a privati verso metà del secolo scorso.

Per quanto concerne l’Italia, un ruolo importante fu svolto dal villaggio di Nor Arax, sorto in Puglia, su iniziativa del poeta Nazariantz negli anni ’20. Qui nel 1927 si costituisce la Società Italo-Armena dei Tappeti Orientali, dove trovano impiego molti profughi armeni. La qualità del prodotto realizzato a Nor Arax doveva essere sicuramente eccellente se una apposita commissione della FIAT decise di commissionare alla Società i rivestimenti delle carrozze ferroviarie destinate alle loro Maestà il Re e la Regina d’Italia. Quando, nel marzo 1929, i manufatti vennero consegnati, la commissione della FIAT, scrisse nella relazione ufficiale che il risultato appariva “un miracolo di pazienza: basti pensare che il tappeto del salone è intessuto con 380.000 nodi per metro quadrato”.15 Sostenitore della Società e della comunità armena fu il ministro Luigi Luzzati, cui è attribuito il merito di aver migliorato radicalmente le condizioni abitative nel villaggio di Nor Arax, facendovi pervenire luce elettrica ed acqua corrente. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale Nor Arax cominciò a spopolarsi e i laboratori per la lavorazione del tappeto si trasferirono a Guastalla (Reggio Emilia) e a S.Giovanni in Fiore (Cosenza).

Note:

  1. Giulio Ieni, I codici miniati in Gli Armeni in Italia, De Luca Edizioni d’Arte, PD-VE 1991, pag. 89.
  2. Shahen Khatchatrian, Sarian e la pittura armena del’900 in Incontro con il popolo dell’Ararat: l’Armenia, Tipografia S. Lazzaro, Venezia, pag. 64.
  3. Ibid. pag. 66.
  4. Ibid. pag. 66.
  5. Mara Filippozzi, Un espressionista armeno in Italia: Gerardo Orakian in Gli Armeni in Italia, De Luca Edizioni d’Arte, PD-VE 1991, pag. 134.
  6. Ibid. pag. 136.
  7. Glauco Viazzi (pseudonimo di Jusik Achrafian, 1920-80) allievo del Collegio Moorat Raphael. Di origini armene, è stato critico cinematografico e uno dei maggiori studiosi delle avanguardie letterarie italiane del primo’900.
  8. Glauco Viazzi, La pittura di Gerardo Orakian in Gli Armeni in Italia, De Luca Edizioni d’Arte, PD-VE 1991, pag. 138.
  9. Ibid. pag. 138.
  10. Mara Filippozzi, già cit. pag. 138.
  11. Si veda Claudia Bernardi, Le ceramiche di Kütahya in Gli Armeni in Italia, De Luca Edizioni d’Arte, PD-VE 1991.
  12. Vartuhi Demerdjian Pambakian, Pizzi e ricami armeni in Gli Armeni in Italia, De Luca Edizioni d’Arte, PD-VE 1991, pag. 124.
  13. Ibid. pag. 124.
  14. Dicran Antonio Papazian, Note sui tappeti armeni in Gli Armeni in Italia, De Luca Edizioni d’Arte, PD-VE 1991, pag. 132.
  15. Vartuhi Demerjian Pambakian, già cit. pag. 128.

 



 

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