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LA MUSICA ARMENA : identità popolare e religiosa

 

Letteratura religiosa, fiabe, la poesia che va dalle origini al XVI sec., sono strettamente legate nell’universo armeno, all’arte della musica.

A Parigi, guidati da Aram Kerovpyan e Virginia Pattie Kerovpyan, gli Ensemble “Kotchnak” e “Akn”, da quasi un ventennio studiano ed interpretano, nella loro versione originale, la musica tradizionale sia sacra che profana, effettuando una straordinaria opera di conservazione e riscoperta di un patrimonio culturale vasto e singolarissimo. Il loro ricco repertorio è proprio una dimostrazione di quanto musica e poesia armene siano state storicamente collegate da un lungo filo rosso.

Le origini della musica armena non sono di facile collocazione. Miniature ed incisioni raffiguranti esecuzioni musicali in epoca pre-cristiana e pitture rupestri del secondo e terzo millennio a.C. con scene di danze rituali, assieme al ritrovamento di antichi strumenti musicali – campane, battagli, corni – risalenti al secondo e primo millennio a.C., sono tra i documenti più antichi in possesso degli storici.1 Già in epoca pre-cristiana, canti d’amore, di guerra o celebrativi avvenimenti particolari erano oggetto di gare tra cantori che si accompagnavano con strumenti a fiato, come il k’nar; a corde, come il bambirn; o a percussione, quali piatti e tamburi.

Dobbiamo comunque attendere il IV sec.d.C. perché sia possibile documentare con sistematicità espressioni musicali sia in ambito popolare che liturgico. Ed entrambi gli ambiti hanno, nel corso dei secoli raggiunto risultati di alto livello artistico.

Il V sec. d.C., definito dagli storici “il secolo d’oro,” poiché vide la nascita dell’alfabeto armeno e di una letteratura armena, in campo musicale è contrassegnato dalla traduzione in armeno di tropari e canti liturgici e dalla composizione di altri inni sacri originali. Allo stesso Mesrop Mashtots sono attribuite diverse creazioni, e lo stesso vale per lo storico Mosè di Corene. Questi attribuiva, nell’ottica storiografica, grande importanza alla musica, considerandola un elemento distintivo dell’identità nazionale.

La musica liturgica armena è tradizionalmente monodica. Fino al VII sec. si assiste ad un’esuberante produzione di canti liturgici, ma non tutti artisticamente validi. Quando il clero ne diviene consapevole, convoca nel 645 un sinodo dei vescovi, che incarica il monaco Barsegh Tchon, esperto musicista, di effettuare una cernita delle composizioni migliori. Viene quindi redatta una raccolta sotto il titolo di Tchonëntir.

Il sistema musicale armeno ha subito nel corso dei secoli più di una modificazione. Da un sistema basato sull’accento grammaticale, si è passati a quello basato sui neumi, simile a quello greco e bizantino, che è perdurato fino alla metà del XIX sec., quando è stato abbandonato per lasciar posto al sistema di notazione occidentale.

Tra il X e il XIII sec. si assiste ad una riforma della musica liturgica, il cui fine ultimo è l’instaurazione di un rapporto più intenso tra la Chiesa e il popolo, dopo che si era gradualmente venuto a creare un distacco nei secoli precedenti. Era necessario quindi recuperare il rapporto con i fedeli.2 Il nome di maggior rilievo in quest’opera di riforma e di riconquista dell’attenzione da parte del popolo, è quello del catholicos San Nerses Shnorhali, che di tropari, inni, odi e canti liturgici compose non solo le parole, ma anche la musica. Questi non ebbe solo il merito di aver ricondotto la Chiesa ad una spiritualità più autentica di ispirazione francescana, ma, in ambito specificatamente artistico, apportò molte innovazioni nell’impiego della metrica, nell’uso di immagini semplici ed immediate, e nell’impiego di un ritmo simile a quello del canto popolare; inoltre si fece promotore dell’apertura di diversi centri studi. Nerses Shnorhali fu anche autore di canti profani e patriottici, in cui emerge un profondo amore per la natura.

Nel 1375 l’Armenia, e precisamente il Regno di Cilicia, perde la propria indipendenza per mano dei mamelucchi d’Egitto. Seguiranno periodi in cui gli armeni saranno soggetti alle dominazioni turca e persiana. In questa fase di crisi politica si afferma con particolare incisività il vasto movimento degli ashugh 3, i trovatori. Costoro avevano incontrato, specie nel “secolo d’oro”, una certa ostilità da parte della Chiesa, mentre a partire dal XIV sec. fino a tutto il XVIII si assiste ad una grande fioritura della musica popolare, di cui gli ashugh sono gli autori ed interpreti principali. Figure di artisti poliedrici, compongono versi e musica dei canti, che interpretano accompagnandosi con strumenti tipici dell’epoca. Il tema principe è quello dell’amore. Il loro contributo culturale è stato enorme: non solo hanno creato opere poeticamente e musicalmente di grande originalità, ma hanno anche il merito di aver tramandato un patrimonio di leggende, miti e fiabe dalle radici lontane e che avrebbero rischiato di cadere nell’oblio. Diventare ashugh non era impresa facile. Basti sapere che tra il XVI e il XX secolo, mediamente ogni tre anni veniva designato un nuovo ashugh tra gli armeni. I candidati al titolo dovevano cimentarsi in competizioni canore, gareggiando al cospetto di maestri di canto. Queste manifestazioni avevano luogo presso il monastero di Surp Karapet (San Giovanni Battista) a Mush, santo che è stato proclamato patrono dei trovatori.

Il maggiore fra tutti gli ashugh è stato Sayath Nova (1712-1795), il cui vero nome era Harutiun: egli infatti assunse quello con cui è da tutti conosciuto quando fu proclamato ashugh. Di lui il poeta simbolista russo Valerij Brusov, cui va il merito di aver tradotto in russo un’ampia antologia di poesia armena, scrisse: “Con la forza del suo ingegno trasformò il mestiere di cantore popolare nella nobile vocazione del poeta.”4 Poliglotta, cantava e componeva in armeno, georgiano, turco e azero. Operò lungamente presso la corte della Georgia; prese i voti monacali dopo la morte della moglie e fu ucciso dai persiani nel 1795, mentre si trovava in chiesa. Sayath Nova ebbe la lungimiranza di lasciare i manoscritti delle sue composizioni. Iniziativa rara tra i trovatori coevi. I suoi scritti furono pubblicati per la prima volta a Mosca nel 1852 ed ottennero un immediato successo. Di lui ci restano catalogate 128 composizioni in lingua turca, 66 in armeno, 35 in georgiano: questi testi erano stati accuratamente annotati dall’autore a partire dal 1765.

La vita e l’opera di Sayath Nova costituiscono il soggetto del film “Il Colore del Melograno” diretto da Sergej Paražhanov, uno degli artisti più eclettici e fantasticanti della recente storia armena.

Gli ashugh si accompagnavano nel canto con diversi strumenti musicali di cui ancor oggi si conserva con cura la tradizione: tra i tanti, i più popolari sono il tar, la kamancha, il saz e il kanun tra gli strumenti a corda; il dap, a percussione; lo zurna, il parkabzug, il t’hol e il duduk, strumenti a fiato. Quest’ultimo merita però una parentesi a parte, essendo divenuto, nel tempo, non solo il più noto strumento armeno, ma quasi una delle icone dell’armenità.

Simile al clarinetto, è ricavato dal legno di albicocco, lasciato essiccare per almeno due anni. Il musicista ed etnomusicologo Gregorio Bardini, che si è lungamente occupato di musica armena, definisce il duduk “strumento meraviglioso, mistico, dal suono caldo e penetrante, ma sobrio. […] Espressione dell’anima armena, della spiritualità di questo popolo.”5 In Armenia attualmente il più grande maestro di duduk e Djivan Gasparyan, le cui incisioni sono pubblicate in diversi paesi. La sua fama crebbe significativamente quando stabilì una collaborazione con Peter Gabriel, cantante dei Genesis, che inserì il duduk in alcune sue canzoni. Il duduk è stato anche utilizzato nelle colonne sonore dei film “The Last Temptation of Christ” e “Dead Man Walking”.

A metà del XVIII sec. si verifica una sorta di risveglio culturale in seno alla gerarchia ecclesiastica che, resasi conto di quanto incisiva stesse diventando l’influenza della musica islamica, sente la necessità di attuare iniziative al fine di salvaguardare il proprio patrimonio culturale. Viene ideato un nuovo sistema musicale attraverso l’elaborazione di quello basato sui neumi, cui, come già si è accennato, seguirà, a metà Ottocento quello di tipo occidentale. Nel 1871 viene pubblicato a Etchmjadzin un repertorio di inni sacri, l’ “Atian Sharkan”, cui seguirà un secondo, di lì a poco.

Questo è considerato un momento di svolta nella storia della musica armena, sia sacra che profana. Infatti i musicisti armeni cominciano a formarsi nei conservatori europei ed intraprendono carriere di tipo professionale.

Tigran Tchokhadjian, nato a Costantinopoli, studiò a Milano, forse con Giuseppe Verdi. Nelle sue composizioni appare evidente l’influsso del melodramma italiano. Tornato a Costantinopoli, forma il primo coro professionale nella storia della città.

Pietroburgo, sotto l’autorevole guida di Rimskij Korsakov, è polo di attrazione per diversi musicisti, come Nikoghos Tigranian, Makar Ekmalian e Aleksandr Spendarian. Quest’ultimo è stato uno dei grandi artefici del rinnovamento della vita musicale armena. Dopo una prima fase artistica che lo vede operante in Russia, dove ottiene grandi successi, nel 1927 si stabilisce nell’Armenia Sovietica: qui fonda il primo conservatorio nazionale ed istituisce a Erevan la prima orchestra filarmonica. A lui è attribuito il merito di aver per primo dato notorietà internazionale alla musica popolare armena. Nikoghos Tigranian, non vedente dall’età di otto anni, compone per pianoforte e fonda a Leninakan il primo conservatorio per ciechi. Armen Tigranian è invece noto soprattutto per aver composto due opere di ispirazione prettamente armena, quali “Anush”, tratta da una leggenda popolare, e “Davit Bek”, su tema storico.6

Il musicista più amato dagli armeni, colui che li rappresenta maggiormente e in cui si identificano, è senza dubbio Komitas Vartapet. Figura geniale, dalla vita intensa e drammatica.

Nato a Kütahya nel 1869, il suo vero nome è Soghomon Soghomonian. Entrambi i genitori sono musicalmente dotati e gli trasmettono l’amore per la musica. Il giovane Soghomon purtroppo rimane orfano molto presto. Gli zii, cui viene affidato, lo avviano agli studi seminariali a Etchmiadzin dove impara l’armeno (prima era in grado di esprimersi solo in turco), e studia musica con l’illustre compositore Khristaphor Kara-Murza, che lo introduce alla tradizione della musica armena sacra e profana. In questo primo periodo di permanenza in seminario, che va dal 1881 al 1893, il giovane Soghomon comincia ad intraprendere quegli studi etnomusicologici che lo porteranno, per anni, a girare di villaggio in villaggio, alla ricerca di canti popolari contadini, che saranno da lui raccolti con sistematicità, rielaborati e fatti conoscere ad un pubblico sempre più vasto. Senza di lui questo patrimonio culturale sarebbe andato probabilmente in massima parte perduto. Avedis Nazarian, musicista armeno contemporaneo residente in Italia, afferma che Komitas ebbe “il merito di aver portato il canto popolare ad un livello altissimo, ponendo le fondamenta della musica sinfonica ed orchestrale armena.”7

Con questa sua capillare ricerca Komitas intendeva andare alle radici della musica armena, partendo da canti di epoca pre-cristiana e non tralasciando espressioni musicali turche e curde. La tipologia dei canti raccolti è ampia: troviamo l’horovel, legato alla vita dei campi, canti domestici, ninne-nanne, canti patriottici, canti di montagna e di pianura, canti accompagnatori di danze maschili e femminili, canti d’amore, canti rituali - di nozze, di lamentazione, di funerale, per festività specifiche, - canti di emigrazione, tra cui uno divenuto celebre, dedicato alla gru, uccello che nell’immaginario armeno simboleggia la diaspora.

Tra il 1896 e il 1899 il giovane Soghomon, che non ha ancora pronunciato i voti, risiede a Berlino, dove approfondisce i propri studi musicali ed universitari, occupandosi di Filosofia della musica. Ritornato a Etchmiadzin, viene ordinato sacerdote e diviene “vardapet”, ovvero dottore in teologia. Come previsto dalle norme ecclesiastiche, deve scegliersi un nuovo nome. La scelta cade su “Komitas”, che era stato un illustre monaco del VII sec., autore di importanti inni sacri. Ha inizio per lui un periodo molto intenso sia in ambito creativo che didattico. Da insegnante di musica in seminario, diviene direttore di musica della Santa Sede e direttore del coro della Cattedrale Madre a Etchmiadzin. Nel 1892 inizia a comporre la Divina Liturgia, che resterà incompleta a causa del genocidio.

Il 1 dicembre 1906 si reca a Parigi dove tiene un concerto su invito dell’Associazione degli Armeni di Parigi. Il successo è straordinario, con ampi consensi da parte della più esigente stampa francese specialistica, dove si legge: “Il concerto è stato una rivelazione, una meraviglia […]. Nessuno di noi poteva supporre la bellezza di quest’arte, che non è in realtà né europea, né orientale, ma possiede un carattere unico al mondo di dolcezza, di emozione penetrante e di tenerezza.”(Louis Laloy in “Le Mercuri Musical”)8

Komitas viene invitato quindi a Zurigo, Losanna, Ginevra, senza tralasciare di esibirsi in terra caucasica, e precisamente in Georgia, Azerbajgian e Armenia. Suscita anche l’interesse di musicisti illustri come Debussy e Stravinskij.

Tra il 1902 e il 1906 compone “Sei Danze” per pianoforte, in cui si percepisce un marcato influsso delle danze popolari armene. In queste sue composizioni, secondo Bardini, Komitas utilizza uno strumento tipico della tradizione occidentale, quale è il pianoforte, in chiave originalissima, non convenzionale, “avvicinandolo, per quanto possibile, alla voce umana e agli strumenti della tradizione popolare armena.”9

Komitas compose anche canti popolari, patriottici originali, spaziando quindi tra la musica sacra e quella profana. Questa sua duplice sfera di interessi, unitamente agli impegni concertistici mondani in cui era spesso coinvolto, cominciarono ad essere mal tollerati dalla gerarchia ecclesiastica. Quando i rapporti si fecero particolarmente tesi, Komitas, sia pure con grande sofferenza personale, decise di trasferirsi a Costantinopoli.

Spirito innovatore, tra il 1912 e il 1913, registra a Parigi, su dischi da 78 giri, delle incisioni fonografiche. Nella stessa capitale francese, l’anno successivo, partecipa al V° Congresso della Società Internazionale di Musica e, grazie al suo intervento, la musica armena viene conosciuta internazionalmente e suscita grandi entusiasmi. Komitas stesso, in questa occasione, sfatando alcuni luoghi comuni che la volevano tendenzialmente triste, delicata e melanconica, afferma che essa, al contrario “presenta forza e vitalità, al suo interno vive una filosofia, il vero spirito della sua stirpe” di cui è lo specchio più autentico.10 Il prestigio internazionale non serve però a mitigare una crescente ostilità che Komitas incontra in patria, dove deve affrontare due fronti. Il 9 giugno 1914 viene annunciata l’imminente uscita di un disco a grammofono in cui l’allora noto tenore Armenak Shahmouradian 11 cantava su accompagnamento musicale dello stesso Komitas: poiché nel disco erano inseriti alcuni pezzi di musica sacra, l’Assemblea religiosa gridò allo scandalo, accusando il musicista di aver svilito e svenduto un patrimonio culturale che doveva essere assoluto appannaggio della Chiesa. A nulla gli valse il sostegno della stampa: Komitas era ormai stato moralmente condannato, senza possibilità di appello.

All’ostilità della Chiesa si aggiunge, per ragioni culturali ed ideologiche, quella dei turchi che si dimostrano sempre più infastiditi dal fatto che, attraverso la valorizzazione del patrimonio musicale armeno e la chiara fama da questo raggiunto a livello internazionale, l’opera di Komitas può risultare una efficace cassa di risonanza della causa armena. Komitas diventa quindi figura sempre più scomoda per tutti, in un momento in cui ogni armeno è in pericolo.

Durante il genocidio subisce la deportazione. Sopravvive, anche grazie all’intervanto dell’ambasciatore statunitense Henry Morgenthau, ma il suo equilibrio mentale resta definitivamente compromesso. Nel 1916 viene ricoverato in un ospedale psichiatrico di Parigi, dove muore nel 1935. Le sue spoglie riposano tra i grandi d’Armenia e il conservatorio di Erevan porta il suo nome.

Si calcola che gran parte delle sue raccolte siano andate perdute durante il genocidio: oggi restano 72 canti polifonici, diversi canti a pianoforte, un Messa polifonica, canti liturgici e studi sulla musica armena. Tuttavia, grazie ad una straordinaria opera di restauro del suono, è possibile ascoltare incisioni originali sia di esecuzioni al pianoforte e all’organo di Komitas, sia la sua voce baritonale in veste di cantante. Si tratta di incisioni realizzate a Parigi nel 1912 e che comprendono sia canti religiosi, che profani.

Altri nomi possono esser fatti tra i musicisti armeni. Il più noto al grande pubblico è Aram Kachaturian (1903-1978), che erroneamente è spesso annoverato tra i russi, data la la sua prevalente permanenza in Russia. Tra le tante sue opere, basti qui citare il balletto “Gayane”, che fa rivivere lo spirito del folklore armeno nella musica sinfonica; in quest’opera è inserito il celebre brano La danza delle spade. Oltre che per i suoi noti meriti artistici, deve in questa sede essere anche ricordato per il contributo che diede alla diffusione dell’opera di Komitas nel mondo.

Negli Stati Uniti deve essere menzionato Alan Hovhannes, mentre in Italia meritano particolare attenzione Angelo Ephrikian e Avedis Nazarian.

Alan Hovhaness Chakmakijan, divenuto famoso come Alan Hovhannes, è nato nel Massachusetts nel 1911. I primi stimoli creativi del compositore furono gli studi di astronomia da un lato, e la musica di Komitas dall’altro. Successivamente le culture e tradizioni musicali di paesi quali l’India e la Cina ampliarono ulteriormente il suo patrimonio di fonti d’ispirazione, tanto che la sua musica è vista come una sintesi originalissima di elementi occidentali ed orientali. Tra le sue diverse composizioni ve n’è una, intitolata Celestial Fantasy, dedicata al santo e mistico poeta armeno Nerses Shnorhali.

Angelo Ephrikian (1913-1982), trevigiano, ha il merito di aver riscoperto e rivitalizzato le musiche di Antonio Vivaldi. Fu inoltre direttore d’orchesta da camera e alla guida de “I Filarmonici” di Bologna. La figlia Laura, attrice, è stata moglie del noto cantante Gianni Morandi.

Avedis Nazarian, nato nel 1930 a Kharpert (Turchia), ma di lì subito trapiantato ad Aleppo, è giunto in Italia nel 1954 ed è cittadino italiano dal 1968. Vive in provincia di Venezia. Esperto di didattica musicale e docente egli stesso, ha partecipato e si è fatto promotore di simposi sulla musica contemporanea armena, in Armenia e in Francia. Dagli anni ’60 si dedica allo studio e alla ricerca di autori italiani che, nelle loro composizioni, si sono ispirati a temi o poesie armene. Su sollecitazione dei politici locali veneti, si è impegnato sul fronte dell’intensificazione dei rapporti culturali tra Armenia e l’Italia. Già nel 1955, sotto la sua guida, viene fondata a Venezia l’ “Unione degli Studenti Armeni”, che ha lo scopo di organizzare manifestazioni in collaborazione con il Comune, la Provincia e la Regione Veneto. Negli anni ’70 nasce, in seno all’Associazione Italia-URSS a Roma il “Centro culturale armeno C. Zarian”, che organizza convegni e viaggi a tema in Armenia. Nel 1989 incontra la Commissione del Senato per esporre la questione del riconoscimento del genocidio. Nazarian è anche autore di musiche orchestrali, da camera, corali e strumentali.

In Italia, con una discreta pazienza e perseveranza, è possibile trovare CD di musica armena in negozi specializzati, sensibili anche alle produzioni “di nicchia”. In particolare sono rinvenibili esecuzioni di Gasparyan, tratte dal repertorio tradizionale armeno.

Note:

  1. Cfr. Padre Komitas – Musica e spiritualità armena di Gregorio Bardini, Simmetria Ed. Roma 2006, pp.105,106.
  2. Avedis Nazarian. Lineamenti di storia musicale armena in Incontro con il popolo dell’Ararat: Armenia Consiglio Regionale del Veneto -Tipografia Armena Venezia 1987, pag.112.
  3. I trovatori dell’Armenia sono noti anche come gusan, termine più antico dell’ashugh, già in unso in epoca precristiana e usato anche nella traduzione della Bibbia (V sec.). Nel Medioevo erano chiamati anche taghergu o taghasats, ovvero “cantori di odi” o “poeti di odi”. Il termine ashugh, attribuito ai trovatori del Vicino Oriente, ha fatto la sua comparsa tra gli armeni nel XVI sec.
  4. Avedis Nazarian, già cit. pag.113.
  5. Gregorio Bardini, già cit. pag. 119.
  6. Davit Bek fu il condottiero di una rivolta popolare armena contro l’oppressione persiana e turca svoltasi ad inizio ‘700 nelle regioni montuose del Garabagh e del Siwnik’ e che intendeva sfruttare il momento favorevole della prima spedizione caucasica dei russi guidata da Pietro il Grande. Su questa figura si veda: Le guerre di Dawit’ Bēk – Un eroe armeno del XVIII secolo a cura di Aldo Ferrari, Guerini e Associati Ed. Milano 1997.
  7. A. Nazarian, già cit. pag.114.
  8. G. Bardini, già cit. pag. 30.
  9. Ibid. pag. 83.
  10. Ibid. pag. 98.
  11. Nato a Mush nel 1878 e morto in Francia nel 1939, Mourdarian incise molte raccolte di Komitas, alcune conservate e tutt’oggi reperibili.

 



 

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