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LA LETTERATURA ARMENA: un mondo ancora da esplorare

 

Riesce piuttosto difficile farsi un’idea complessiva della letteratura armena se ci si basa sulle traduzioni e le fonti storico-letterarie reperibili in italiano. Infatti, molto resta ancora da tradurre del vasto patrimonio letterario armeno, e non disponiamo di un vero e proprio compendio sulla storia della letteratura armena scritto nella nostra lingua. Ci limiteremo quindi qui a fornire alcuni elementi, desunti da quanto l’editoria italiana fornisce.

Il genere letterario principe da cui è necessario partire è certamente quello poetico.

Anche se “le origini della poesia armena si perdono nella notte dei tempi,”1 tra i frammenti poetici più antichi a noi pervenuti c’è L’Inno di Vahagn, celebrante la nascita del dio pagano che lotta vittorioso contro il drago malefico. Si presume che questa composizione risalga al secondo millennio a.C. e, come tante storie in versi aventi per protagonisti dèi, eroi e sovrani, sia stata trasmessa oralmente dai bardi, i quali erano soliti cantare tali opere al cospetto di sovrani e nobili, in occasione di feste e celebrazioni. L’Inno di Vahagn è giunto fino a noi grazie alla trascrizione effettuata da Mosè di Chorene (Movses Chorenatsi), il padre della storiografia armena.

Va qui ricordato che sostanzialmente manca una produzione letteraria scritta armena prima del V sec. d. C. e che la poesia armena dell’Alto Medioevo è quasi esclusivamente poesia sacra. Di questa, l’espressione più ricca è il genere dei sharakan, ovvero una sorta di tropari, di inni sacri, inizialmente concepiti per accompagnare il rito religioso e poi divenuti creazioni a sè stanti. Alcuni esempi di sharakan sono dedicati alla Settimana Santa, alla Resurrezione o alla Vergine Maria. Un noto sharakan, considerato capolavoro nel suo genere, è quello composto nel 618 dal Catholicos Komitas e dedicato alla vergine Hriphsime e alle sue trentasei compagne di origine romana che, fuggite dalla persecuzione di Diocleziano, vennero martirizzate dal re armeno Tiridate (Trdat) III. Hriphsime è una delle sante più venerate dagli armeni, e tale sharakan fu composto in occasione della consacrazione della cattedrale a lei dedicata, eretta nei pressi di Etchmiadzin. Questa cattedrale, perfettamente conservata è meta di grande afflusso di turisti e fedeli.

Altro autorevole autore di sharakan fu il Catholikos e santo, Nersēs Shnorali (Colmo di grazie) (1102-1173) che, oltre per la sua produzione innografica, è anche noto per i poemi d’ampio respiro, primo fra tutti, La lamentazione di Edessa.

Ma il “genio assoluto”2 dell’Alto Medioevo, e non solo, è Gregorio di Narek (Grigor Narekatsi) (c.945-c.1005): nelle sue opere, prima fra tutte il capolavoro Il Libro della Lamentazione, “incarna tutte le ansie, tutte le speranze, tutte le lotte del popolo armeno.”3 Opera unica nel suo genere, rappresenta l’incontro-scontro tra la vita e la morte, tra il peccato e la santità. L’autore in un alternarsi di soliloqui e colloqui con Dio, esprime, con espressioni che colpiscono per plasticità e modernità, il proprio travaglio spirituale, l’itinerario interiore che lo porta a divenire una pietra miliare nella cultura e nella religiosità armene. Gregorio di Narek è considerato dai critici una figura basilare della letteratura armena, e dalla Chiesa armena uno dei suoi santi più venerati.

Il X sec. d.C. fu uno dei periodi di massimo splendore nella storia dell’Armenia: vi regnava la dinastia dei Bagratidi, che avevano eretto a propria capitale Ani, celebrata città dalle “mille e una chiese”, le cui rovine si trovano attualmente in territorio turco, ma sono visibili da un promontorio nei pressi della città armena di Gyumri. In questo periodo fu anche edificata, affacciata al Lago di Van, la cattedrale di Aghtamar, gioiello dell’architettura armena. Quindi “come nella meravigliosa arte di Ani e Aghtamar confluiscono tutte le grandi tradizioni artistiche delle aree circostanti l’Armenia, in una originalissima sintesi, così nella poesia di Narekatsi echeggiano le vibrazioni di varie tradizioni culturali, da quella bizantina e siriaca a quella araba.”4

Nei primi secoli dell’era cristiana fino a tutto il Settecento trovano anche diffusione i “romanzi medievali”: racconti di vario argomento – storie di sovrani e principi a sfondo amoroso e d’avventura, racconti fantastico-allegorici, gesta di santi ed eroi, cronache di viaggi e curiosità esotiche. A dispetto del grande successo di pubblico, la narrativa romanzesca fu a lungo considerata un genere minore, escluso dalla letteratura d’arte. Scritti in “volgare” e non in grabar (armeno letterario o classico), e sempre in versi, hanno nel Romanzo di Alessandro, attribuito a Mosè di Corene, il modello più famoso.

Un nuovo genere poetico e l’impiego di un diverso registro linguistico si incontrano comunque a partire dal XIII sec., quando iniziano ad operare artisti che sono autori e cantori assieme. Definiti yergičh fino al XV sec., diventano poi i più noti ashugh. Questi non impiegano più l’armeno antico - che resterà la lingua impiegata in ambito ecclesiastico e storiografico fino alla metà Ottocento - ma il cosiddetto “volgare” per l’introduzione di nuove tematiche, quali l’amore, il vino, l’emigrazione, il lavoro, i doni della terra, il destino. I generi impiegati sono quelli dell’ode, del canto popolare e del romanzo in versi, citato sopra. Tra questi, i canti popolari attirarono l’attenzione di uno studioso italiano, Domenico Ciampoli, che, nel 1921, ne curò una pubblicazione in Italia. Spirito laico, il Ciampoli, dichiara di preferire questo genere alla poesia religiosa armena, e nell’introduzione della raccolta definisce i canti popolari armeni “gemme di quell’Oriente ancor pieno di mistero e meraviglie”5, meritevoli di esser conosciute perché “mescolano in un curioso legame l’ispirazione schiettamente carnale con quella religiosa”. Ed aggiunge: “Questa libera poesia, incantevolmente graziosa e viva, spesso originale ed acuta, costituisce la parte più appassionata e vivace della letteratura armena antica”.6

I canti popolari si distinguono in canti d’amore, canti che accompagnano danze e feste, canti nuziali, canti religiosi e funebri, canti di emigranti, canti nazionali e patriottici, canti evocativi antiche leggende e fiabe. Espressione di un incontro tra Oriente ed Occidente, non sono da considerarsi, in quanto “popolari”, un genere minore, ma ne fu da più parti riconosciuto l’alto livello artistico. Considerevoli, a tal proposito, le parole del poeta russo Valerij Brjusov, che, a partire dal 1915, curando la traduzione antologica in russo della poesia armena, affermò: “ La poesia popolare armena è sempre matura, controllata, […] fonde la passione con la saggezza, cristiana nel fondo”.7

Gli ashugh erano generalmente abili nel cantare in più lingue. Il più importante tra tutti è il celeberrimo Sayath-Nova (1712-1795). Questi operò alla corte georgiana, cantando e componendo con la medesima maestria, in armeno, georgiano e turco azero. Attualmente molte sue composizioni sono oggetto di studio e vengono interpretate da gruppi di musicisti specialisti del settore, non solo in Armenia, ma anche nella diaspora.8

La poesia armena moderna nasce nell’Ottocento e raggiunge la sua massima fioritura tra gli anni 1880 e 1915.

Il Settecento e la prima metà dell’Ottocento sono stati segnati da un notevole fermento culturale a tutto tondo: questo ha investito il campo umanistico, quello delle scienze esatte, senza tralasciare gli studi ecclesiastici. Vengono tradotti in armeno molti capolavori occidentali e codici inediti furono dati alle stampe. Questa prima fase, nota come “La Rinascita”, è seguita, a partire dal 1840, dal movimento noto come “Il Risveglio.” Questa seconda fase non assume solo una connotazione culturale, ma investe anche il campo sociale e politico, grazie all’apporto di molti intellettuali armeni formatisi in occidente – Francia e Italia, in particolare. In Italia i principali poli di attrazione sono Venezia e Padova, grazie al ruolo qui svolto dalla Congregazione Mechitarista.

“Il Risveglio” è in particolare caratterizzato da un’apertura verso le masse popolari e una laicizzazione della cultura; si assiste alla diffusione della stampa quotidiana e all’incremento dell’istruzione di base; evidente è l’influsso del Romanticismo e del Neo-Classicismo, che in Armenia arrivano tardi, sovrapponendosi al Simbolismo e ad altre correnti. Infine, evolve la cruciale “Questione armena”, grazie anche all’influsso delle ideologie di liberazione nazionale e di classe sviluppatesi in Occidente.

La “figura che primeggia per vena creativa, vastità d’orizzonti, profondità riflessiva e compiutezza artistica”9 di questo periodo è Daniel Varujan (1884-1915).

Nato nel villaggio di Perknik, vicino a Sebastia, nel 1896 vive la tragedia della scomparsa del padre, imprigionato senza una ragione dal regime del “sultano rosso” Habdul Hamid II. Questo evento personale e la sciagura collettiva dei massacri perpetrati negli anni 1894-96, oltre che a segnare per sempre la sensibilità del giovane, saranno fonte di ispirazione per molti suoi versi. Dopo aver completato l’istruzione di base a Costantinopoli, grazie all’aiuto dei Mechitaristi, nel 1902 si trasferisce a Venezia per continuare gli studi presso il prestigioso collegio armeno Moorat-Raphael. Tutt’oggi, nell’atrio dell’antico palazzo c’è una lapide, con il ritratto del poeta, che ne ricorda la permanenza. A Venezia Varujan pubblica la sua prima raccolta di poesie, Fremiti, nel 1906. Questa parentesi italiana lo mette a più stretto contatto con la nostra letteratura, tanto che alcune sue composizioni riecheggiano atmosfere leopardiane. Lo stesso Varujan affermò: “Sento che Venezia ha influito su di me con i suoi incantevoli tesori di colori, di ombre, di luci: una città nella quale è impossibile pensare senza immagini.”10

Dal 1906 al 1909 studia all’Università di Gand in Belgio e, terminati gli studi, ritorna in Turchia. Seguiranno, a breve, il matrimonio, il lavoro come precettore prima, e come direttore di scuola, poi. La fama arriva presto, con la pubblicazione di due raccolte, Il Cuore della Stirpe (1909), e Canti pagani (1913). In questo periodo svolge anche un’intensa attività di pubblicista in seno alla rivista “Navasard”, unendosi ideologicamente a quei giovani intellettuali armeni che, formatisi in Occidente, auspicano un futuro di pace e tolleranza reciproca in una società più democratica e aperta, in cui musulmani, ebrei e cristiani, turchi, greci ed armeni, possano convivere armonicamente.

La notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 Daniel Varujan viene prelevato da casa sua e, assieme alla maggior parte degli esponenti dell’élite armena della capitale, scompare. Verrà ucciso a pugnalate il 28 agosto dello stesso anno. Con sé ha un manoscritto, Il Canto del Pane, la raccolta che è considerata il suo capolavoro. Un suo compagno di prigionia sopravvissuto testimonia di averlo visto continuare a creare versi, caparbiamente, fino alla fine.

Il Canto del Pane verrà pubblicato postumo nel 1921, dopo che il suo manoscritto viene fortunosamente recuperato tra i beni sequestrati agli armeni durante il genocidio, e riscattato con moneta sonante.

In tutta la sua produzione è stato osservato uno straordinario “equilibrio tra Oriente ed Occidente, la capacità di armonizzare l’esuberante ricchezza di immagini e la concretezza tutta visiva della fantasia orientale con l’educazione e le suggestioni della cultura occidentale”.11

Se nelle prime raccolte ci imbattiamo sovente nei temi connessi con i massacri pilotati da Abdül Hamid, la perdita del padre, la miseria e la sofferenza dell’emigrazione - senza però mai sfociare nell’odio o nel vittimismo -, nelle ventinove liriche che compongono Il Canto del Pane, è la vita della campagna, con gli eterni cicli della natura, a fare da filo conduttore. Immagini apparentemente semplici, ma in realtà intrise di simboli. Il legame con la terra e suoi cicli vitali si fonde con la figura femminile: entrambe portatrici di vita. Ogni essere vivente appare immerso nell’armonia del creato in cui l’antica fede dei padri si esprime attraverso immagini plastiche, terrene, che ci rimandano ai canti più antichi, in cui oscuri bardi celebravano dèi arcaici.

L’unicità di Varujan, travalica, secondo Antonia Arslan, il genere poetico in quanto tale, poiché le sue poesie sanno essere “storie in versi, canzoni, preghiere, invocazioni d’amore e anche fiabe, piene di colori, di saggezza sapienzale e di fresca vitalità”.12

Gli armeni residenti nei territori della Russia dominati dall’Impero dei Romanov non furono toccati dal genocidio; ebbero in Tiflis (Tiblisi, capitale dell’attuale Georgia) il loro principale centro culturale, che si spostò a Erevan successivamente alla nascita della prima Repubblica Armena Indipendente (1918-1920), e tale rimase anche dopo l’annessione di questa all’Unione Sovietica. Qui si venne a creare un ambiente culturale omogeneo nel quale però non mancano figure di spicco per originalità e spessore artistico.

Elise Ciarenz (Eghishe Çharents, 1897-1937?) è stato considerato dal noto critico francese Luc-André Marcel, assieme a Majakovskij, il più grande poeta della Rivoluzione d’Ottobre e, dopo esordi simbolisti, sarà tra i massimi esponenti del Futurismo. Nativo di Kars, parte per Mosca proprio nell’anno fatale 1915, dove nel 1917 aderisce entusiasta al comunismo. Nel 1919 ritorna in Armenia e vi rimane dopo l’annessione di questa all’Unione Sovietica. Nel 1924 effettua un lungo viaggio, molto formativo, in Europa – Italia compresa – e in Turchia.

La sua produzione maggiore appartiene al periodo 1916-1922, e gode di indiscusso prestigio fino al 1934. Verso il futuro (1920), Poema a tutti (1921), Sonetto rosso (1921) sono pieni di entusiasmo politico e afflati rivoluzionari. Ma in un secondo momento cominciano ad emergere tematiche legate alle antiche origini del suo popolo e alla sua rinascita: l’ultima raccolta, Libro di Viaggio (1933), non dovette risultare gradita alla più oltranzista critica di regime, che dovette riscontrarvi segnali negativi. Tuttavia fino al 1934 aveva continuato a partecipare alle iniziative ufficiali degli scrittori proletari, fino a quel fatale Congresso degli Scrittori a Mosca, presieduto da Maksim Gorki, a seguito del quale fu accusato di “nazionalismo deviante.” In tale importante e rischiosissima sede si era limitato a sottolineare il valore della letteratura armena, auspicando che il suo patrimonio non andasse perduto. “Per quanto piccoli siano un popolo e la sua letteratura – sostenne – questa letteratura non può non possedere una intonazione particolare, unica e non ripetuta, almeno per ciò che è proprio di tale letteratura e dei suoi rappresentanti migliori. Si può affermarlo a priori: senza di che noi ci porremmo, in siffatta questione, da un punto di vista razziale”.13 Nell’ottica attuale tali affermazioni ci appaiono non solo estremamente equilibrate, ma di carattere genuinamente universale. Non così dovette risultare negli anni del paranoico terrore staliniano. Ciarents fu arrestato e tradotto in un lager dove si presume sia morto nel 1937.

In Armenia, non lontano da Erevan, è stato eretto un arco, l’arco di Ciarenz, in granito grigio, che si affaccia su un’ampia vallata, dominata dall’imponente scenario dell’Ararat. Il famoso pittore armeno Mardiros Sarian, oltre ad alcuni ritratti del poeta, ci ha lasciato anche un quadro ad olio, raffigurante questo arco immerso nell’azzurro. Gli armeni amano fermarsi in questo luogo, che sostituisce quella tomba che non c’è, e sono soliti leggervi dei versi di Ciarenz, un po’come i russi hanno sempre fatto a Peredelkino, ritrovandosi sulla tomba di Pasternak.

Destino simile a quello di Ciatenz è stato riservato ad Aksel Bakunts.

Considerato uno dei più importanti scrittori dell’Armenia sovietica, iniziò una promettente carriera come autore di racconti e sceneggiatore, concentrandosi sui temi connessi alla lotta di classe. Ma, al pari di molti intellettuali attivi negli anni ’30, scomparve nel nulla. Si ritiene sia morto nel 1937, e solo nel 1955 la sua figura fu riabilitata e le sue opere vennero riscoperte.

Il Italia sono stati pubblicati i suoi Racconti dal Silenzio: cinque racconti lunghi di ambientazione contadina. Un mondo legato alle antiche tradizioni ed immerso nel silenzio della natura, una natura che diviene essa stessa personaggio nella umanizzazione di un fiore, un albero, un animale. Le condizioni di vita dei protagonisti sono difficili, ma la critica è pacata. Sicuramente dovette mostrarsi troppo pacata dal punto di vista del regime.

Altra figura di rilievo dell’epoca sovietica e molto popolare tutt’oggi in Armenia, e Paruyr Sevak (1924-1971). Nato a Čhanachčhi, un villaggio della regione di Ararat, nell’Armenia orientale e oggi ribattezzato Sevakavan, si mise in luce nel dopoguerra ed in epoca post-staliniana. “Punta di diamante contro la banalità e la piattezza del realismo imperversante negli anni Sessanta […], sperimentò nuove forme di linguaggio, nella caparbia ricerca della verità poetica”.14

Di comprovata fede comunista, svolse anche il prestigioso incarico di segretario della potentissima Unione degli Scrittori. Morì, assieme alla moglie, in un incidente stradale che, da più parti, continua ad esser considerato misterioso.

Personaggio singolarissimo e a se stante è Yervant Odian (1869-1926).

Intellettuale poliedrico, fu giornalista e redattore di diverse testate, autore di romanzi, memorie e testi teatrali, ma si distinse soprattutto per gli scritti satirici. B. L. Zekiyan lo giudica “uno dei migliori curatori di tale genere a livello della storia letteraria europea”.15 In italiano possiamo leggerne Missione a Dzablavar, che già nel sottotitolo – “Epistolario socialista del compagno Phançhuni”- anticipa in parte di cosa si andrà a sorridere. Si tratta di una decina di lettere, inviate da un rivoluzionario logorroico, che oscilla tra un donchisciottesco entusiasmo e un più prosaico e cronico bisogno di soldi, ad un non ben precisato Comitato Centrale. Personaggio e vicenda sono surreali e offrono uno spaccato della società tra fine ‘800 ed inizio ‘900, visto attraverso la brillante ed illuminante lente della satira.

Odian era originario di una colta ed agiata famiglia della borghesia armena di Costantinopoli. Figlio di un diplomatico, ebbe l’opportunità di viaggiare moltissimo, alternando soggiorni all’estero a periodi di permanenza in patria.

Nella notte tra il 26 e il 27 agosto 1915 viene prelevato da casa ed iniziano quattro anni tra deportazione ed esilio. È uno dei pochi intellettuali armeni a non cadere immediatamente vittima del genocidio. Rientrato a Costantinopoli nel 1919, riprende per un certo periodo la produzione letteraria, ma ormai è segnato irrimediabilmente nel fisico e nello spirito. Morirà al Cairo nel 1926.

Una posizione del tutto particolare è quella occupata da Zabel Yessayan. Nata a Costantinopoli nel 1878, compie gli studi universitari alla Sorbona ed entra a far parte dei circoli intellettuali e letterari parigini. Rientrata nella capitale ottomana, nel 1909 è testimone attonita e dolorosamente impotente delle conseguenze dei massacri di Adana (1909): esperienza espressa nell’opera Nelle rovine, pubblicato già nel 1910 e recentemente tradotto in italiano.

Dopo aver alternativamente soggiornato in Francia ed in Armenia sovietica, si trasferisce definitivamente in quella che sente essere la sua nuova patria in un momento particolarmente difficile e pericoloso quale quello del “Terrore staliniano”: accusata di spionaggio a favore dei servizi segreti francesi, nel 1937 viene arrestata e condannata al gulag. Morirà in Siberia intorno al 1943.

 

Nell’attuale Repubblica Armena sono attive diverse associazioni che promuovono l’attività letteraria, come l’Unione degli Scrittori armeni, di derivazione sovietica, e l’Associazione degli Amici della Letteratura armena. Vengono anche istituiti concorsi e premi letterari e molte sono le riviste del settore pubblicate nel Paese. Tra gli autori contemporanei più affermati, citiamo i poeti Henrik Edoyan, Artem Haruthuyunyan e Rosa Hovannisyan, nella cui opera tradizioni antiche, attaccamento alle origini e problematiche contemporanee si fondono e compenetrano armonicamente.16

 

Voci dalla diaspora

La diaspora non ha mancato di generare personalità letterarie di rilievo e che hanno saputo muoversi sul fecondo terreno dell’interscambio culturale. Figli di due mondi, hanno tramutato questa peculiare esperienza personale in patrimonio creativo.

 

In Italia, la figura più studiata e nota è Hrant Nazariantz, preceduto però da Vittoria Aganoor (1855-1910). Quest’ultima, figlia di un armeno emigrato dall’India, stabilitosi prima a Parigi, poi a Venezia ed infine a Padova, pur non conoscendo la lingua paterna, grazie alla mediazione dei Mechitaristi di San Lazzaro, era riuscita ad approfondire la conoscenza della poesia armena contemporanea: questa, assieme ai racconti del padre, forgeranno il vago misticismo orientaleggiante di cui sono pervasi i suoi versi. La raccolta più famosa, Leggenda eterna (1900) esprime, a detta della stessa autrice, “poca azione e molto sogno”, “poca vita vissuta e molta fantasia.” Vittoria Aganoor è anche nota per aver lasciato un vasto carteggio in cui spicca la corrispondenza con altre scrittrici italiane contemporanee. Da queste pagine emerge un’ansia di libertà e una certa insofferenza per le strutture sociali del tempo, che condizionavano il ruolo della donna.17

Hrant Nazariantz (1886-1962) nasce a Costantinopoli, nel sobborgo di Űsküdar, si diploma nella capitale, quindi prosegue gli studi in Inghilterra e a Parigi. Tornato in patria, svolge un’intensa attività di pubblicista ed aderisce al Partito Armeno Social-Democratico. Nel 1910 pubblica la sua prima raccolta di versi in lingua armena, Sogni crocefissi. Le posizioni politiche assunte e i suoi scritti cominciano a divenire sempre più sgraditi al governo, fino a che non viene accusato di propaganda rivoluzionaria. Con la minaccia di ben due condanne a morte pronunciate nei suoi confronti, riesce a fuggire e ripara in Italia nel 1913, stabilendosi a Bari. Una fuga provvidenziale, poiché gli ha sicuramente risparmiato il triste destino toccato a Varujan e a tanti altri intellettuali armeni.

Una volta in Italia, Nazariantz si attiva subito per far conoscere la causa armena; fonda, nei pressi di Bari, il villaggio di “Nor Arax” per offrire un rifugio agli armeni in fuga dall’Anatolia orientale e vi avvia una fabbrica di tappeti armeni. Nel 1915 è tra i collaboratori del primo numero del periodico “Armeni: Organo degli Armeni d’Italia”, che però cesserà le pubblicazioni nel 1918. In questo periodo allaccia relazioni con molti scrittori italiani, tra cui Ada Negri, Filippo Tommaso Marinetti e Giuseppe Ungaretti.

Possiamo ritenere che Nazariantz seppe, al pari di molti armeni della diaspora, inserirsi culturalmente nel paese ospitante, senza però rinunciare alla propria amenità. In Italia comincia a comporre versi in italiano, traduce dall’inglese, e si rivela “uomo di cultura nel senso più ampio e meno convenzionale del termine, offrendo l’esempio tipico di una collocazione culturale polivalente, pluridimensionale”.18

Tuttavia, nonostante l’impegno da sempre profuso in campo culturale e sociale, nonostante una candidatura al Premio Nobel nel 1953, Nazariantz non ebbe mai vita facile in Italia. Per lunghi anni visse in condizioni precarie e solo poco prima di morire gli fu concessa la cittadinanza italiana.

Delle sue raccolte di poesie ricordiamo le liriche Vahagn (1920), dedicate al mitico eroe armeno e in cui il poeta ripercorre la storia di un’Armenia arcaica ed antica, pagana e da poco cristiana. In tema di analisi letteraria, Nazariantz riscontra infatti una continuità tra la poesia cantata dagli ashugh e quella contemporanea di Varujan ed un’affinità tra poesia colta e poesia popolare.

In italiano compone la raccolta Il Ritorno dei Poeti, in cui ricorrono problematiche introspettive e cosmiche nello stesso tempo; la condizione di esule da una terra devastata è vissuta con profonda solitudine esistenziale e nostalgia: “È triste morire in esilio / il cuore assente su una strada deserta” “L’essere soli al mondo,/ soli vivere e senza focolare” “camminare / stancamente senza posa, ovunque estranei”.19 Ma il dramma personale diviene dramma universale, ispiratore di amore per gli altri, per l’umanità sofferente.

Oltre che poeta, Nazariantz diviene anche critico dell’arte e della letteratura. Nell’aprile 1946 esce “Graal. Mensile di Arte e Pensiero”, cui collabora, tra gli altri, Giuseppe Ungaretti. Obiettivo è quello di operare scambi culturali fra i vari paesi e contribuire alla comprensione tra i popoli e alla pace. Nel 1951 pubblica il Manifesto Graalico in cui dichiara che “Poesia vuol dire religione d’Amore”.20

Dibattendo di poesia armena e poesia occidentale, Nazariantz riscontra che la prima è più unitaria, scevra dagli artifizi accademici in cui spesso sfocia la seconda. A dimostrazione dell’attacamento alle proprie radici culturali, egli cercò di curare una edizione italiana – tramite la Mondatori – di un’ antologia di poeti armeni, ma purtroppo senza successo. Attualmente di questo suo impegno ci è rimasto solo un dattiloscritto.

Spirito instancabile, si dedicò anche al giornalismo, curando una serie di trasmissioni a “Radio Bari”, messe in onda all’arrivo degli Alleati.

Nazariantz fu dunque un intellettuale a tutto tondo, dotato di generosità e coraggio, con il grande merito di aver costantemente fatto da ponte tra la cultura armena e la cultura italiana.

Lasciamo ora l’Italia per trasferirci negli Stati Uniti, dove si è costituita la più numerosa comunità della diaspora armena.

In California, e precisamente a Fresno, nasce nel 1908, da una famiglia recentemente immigrata da Bitlis, William Saroyan.

Personalità eclettica, autore di una vasta produzione in prosa, che spazia dai racconti brevi – giudicate le sue opere migliori – ai testi teatrali e ai romanzi, William Saroyan non ebbe vita facile: orfano di padre, si trovò giovanissimo catapultato nel mondo del lavoro e si costruì una cultura principalmente da autodidatta. Una volta intrapresa la carriera letteraria, ebbe, sia in America che all’estero, momenti di chiara fama e prestigio, alternati ad altri in cui le sue sfortune erano contrassegnate dai conflittuali rapporti con la critica. In Italia fu soggetto a pareri contrapposti: tra i suoi estimatori, Elio Vittorini, che ne tradusse anche alcuni racconti; tra i detrattori, Cesare Pavese.

Lo scrittore muore a Fresno nel 1981, lasciando un vasto repertorio, scritto unicamente in inglese.

Ciò nondimeno in Saroyan la componente armena è indelebile ed evidente. Figura perennemente in bilico tra il “vecchio paese”, “il vecchio mondo” e quello in cui è nato, e di cui si sente parte integrante, riesce a conquistarsi un proprio equilibrio interiore.

 

“Io non sono armeno,” dicevo. “Sono americano.” Bene, la verità è che io sono l’uno e nessuno dei due.

Amo l’Armenia e amo l’America e appartengo ad entrambe, ma sono soltanto questo: un abitante della terra,

come lo siete anche voi, chiunque voi siate.21

 

Il giovane William cresce in un contesto familiare intriso di amenità, a cominciare dalla lingua armena che impara a parlare sin da piccolo, ascoltando le canzoni che la nonna cantava “con furore e con forza”22 e che celebravano le gesta del mitico generale Antranik.

Molti dei racconti brevi sono autobiografici e Saroyan precisa puntualmente quando la conversazione oscilla tra l’inglese e l’armeno. L’armeno appare l’idioma principe del “lessico familiare”, a cominciare dal nome del gatto di casa, battezzato semplicemente “Gadou”- che in armeno significa appunto “gatto”; la lingua del “vecchio mondo” è solitamente impiegata quando le comunicazioni devono essere rapide, incisive ed inequivocabili. Non si poteva disobbedire ad un ordine materno, se era dato in armeno!

Il rapporto psicologico ed affettivo con l’Armenia e con il suo popolo spazia dall’orgoglio quando pensa alla brevissima meteora della prima Repubblica Armena Indipendente, al disincanto nel vederla finire tra le interessate e possenti braccia dell’Unione Sovietica; dall’affettuosa ironia con cui afferma: “Noi barbari dell’Asia Minore siamo gente dai molti capelli,” al più serio e profondo constatare: “Siamo un piccolo popolo noi armeni, e quando uno ne incontra un altro è un avvenimento”.23 Il giovane William si trova sovente coinvolto, suo malgrado, nelle riunioni dei vari comitati armeni della diaspora attivi in California e ricorda che il carismatico zio Vahan leggeva tutti i giorni “l’Asbarez, il nostro giornale armeno, e ci raccontava del dolore e della miseria e della morte del vecchio mondo e della nostra vecchia terra”.24

Fa fatica, Saroyan, ad affrontare il tema del genocidio, non pronuncia mai questa parola. Arriva addirittura a parlarne come “della triste faccenda del 1915”, il che può suonare irriverente; altrove usa termini più sofferti quando, a proposito del 1915, lo definisce “l’anno del dolore fisico e della disgregazione spirituale per la gente del mio paese, e per tutta la gente del mondo.” Il Grande Male degli armeni si compenetra quindi, agli occhi di Saroyan, con la sofferenza che accomuna tutti i popoli che piombano nel vortice di una guerra e pertanto sente di non odiare nessuno, nella convinzione che, tra la gente comune “l’amarezza dell’armeno è anche l’amarezza del turco e che il turco è in sé buono e semplice come l’armeno”.25

Questo atteggiamento, apparentemente quasi neutrale, scompare però quando in un dirompente inno al suo popolo scrive:

 

Mi piacerebbe vedere l’una o l’altra delle potenze armate di questo mondo distruggere questa razza

questa piccola tribù di gente che non ha nessuna importanza. […] Avanti, io dico, distruggete questa

razza. Facciamo conto che sia di nuovo nel 1915. […] Distruggete gli armeni. Voglio vedere se ci

riuscite. Cacciateli dalle loro case nel deserto. Lasciateli senza né pane né acqua. Bruciate le loro case

bruciate le chiese. Voglio vedere se non ritorneranno a vivere. Se non ritorneranno a ridere. Se tutta la

razza intera non tornerà a vivere quando due di loro si incontreranno in una birreria venti anni dopo e

rideranno, e parleranno nella loro lingua. Avanti, voglio vedere se riuscite ad impedir questo.26

 

Note:

1. Cfr. In Forma di Parole – Canto d’Armenia, a cura di Boghos Levon Zekiyan, Litografia “Sognate” Città di Castello, 1998, pag. 17.

2. Ibid. pag. 19.

3. Ibid. pag. 19.

4. Ibid. pag. 19.

5. Cfr. L’Ararat e la gru – Studi sulla storia e la cultura degli armeni di Aldo Ferrari, Ed. Mimesis, Milano 2003, pag.220.

6. Ibid. pag. 221.

7. Ibid. pag. 223.

8. Il più noto è quello denominato “Kotchnak”, di sede a Parigi. Maggiori informazioni verranno date nel capitolo relativo alla musica.

9. Cfr. In Forma di Parole, pag. 28.

  1. Cfr. Hrand Nazariantz – Poeta armano esule in Puglia di Mara Filippozzi, Congedo Ed. Galatina (Lecce) 1987, pag. 39.
  2. Cfr. Mari di grano di Daniel Varujan, a cura di A. Arslan Ed. Paoline 1995, pag. 8.
  3. Ibid. pag. 12.
  4. Cfr. Odi armene di Elise Ciarenz, nell’interpretazione di Mario Verdone, Ed. Ibiskos Ulivieri, Empoli (Firenze) 2007, pag.19.
  5. Cfr. In forma di parole, pag.28.
  6. Cfr. Missione a Dzablavar – Epistolario socialista del compagno Phançhuni di Yervant Odian, a cura di Andrea Scala, postfazione di B. L. Zekiyan, Ed. Lavoro, Roma, 2004.
  7. Per ulteriori informazioni si veda www.bollettino.it N°38 ARMENIA – Anno XIII – maggio 2002.
  8. Si veda in Dame, galline e regine – La scrittura femminile italiana fra ‘800 e ‘900 di Antonia Arslan, a cura di M. Pasqui, Ed. Guerini e Associati, Milano 1998, il capitolo dedicato a Vittoria Aganoor, pp. 167-183.
  9. Cfr. L’Armenia e gli armeni di Boghos Levon Zekiyan, Ed. Guerini e Associati, Milano 2000, pag. 139.
  10. Cfr. Hrand Nazariantz – Poeta armeno esule in Puglia, pag. 42.
  11. Ibid. pag. 27.
  12. Cfr. Che ve ne sembra dell’America? di William Saroyan, trad. di Elio Vittoriani, Arnoldo Mondatori Ed. 1998, pp. 295-296.
  13. Ibid. pag. 288.
  14. Ibid. pag. 22.
  15. Ibid. pag. 90.
  16. Ibid. pag. 288.
  17. Ibid. pag. 53.

 

 

 



 

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