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LA DIASPORA : cercare un equilibrio tra integrazione e conservazione

 

La caduta di Ani – antica capitale del Regno d’Armenia in epoca medievale – avvenuta per mano tartara nel 1044, “diede origine alla prima diaspora della storia armena. Nuclei consistenti di Armeni emigrarono alla volta della Crimea, Polonia, Ungheria, Transilvania e Cilicia.”1 E dopo di allora altri flussi migratori si verificheranno, nel corso della complessa e travagliata storia di questo piccolo ed antico popolo, dotato di una non comune capacità di adattamento e nel contempo di un forte istinto di autoconservazione.

Tra le più antiche sedi della diaspora armena deve essere qui menzionata Israele. Attualmente a Gerusalemme, che fu meta di pellegrinaggi fin dai primi secoli, vivono circa 2000 armeni, mentre alcuni nuclei risiedono a Jaffa, Haifa e Raffa. La presenza storica degli armeni è testimoniata dall’estistenza del quartiere armeno all’interno della Città Santa, in cui hanno sede la chiesa di San Giacomo, la biblioteca dei manoscritti miniati e il seminario apostolico, uno tra i più importanti per il popolo armeno.

Altro paese in cui si verificarono migrazioni armene a partire dal IV secolo d.C. è Cipro. Attualmente vi risiedono circa 3000 armeni che, nonostante l’esiguità numerica, sono in grado di gestire alcune importanti istituzioni confessionali e civili, oltre ad una emittente radio ricevuta in tutto il Medio Oriente.

In Iran risiedono circa 400.000 armeni, discendenti di quella comunità che si era venuta a formare a seguito del trasferimento forzato degli abitanti armeni di Giulfa ad Isfahan durante il regno dello scià Abbas il Grande, a cavallo tra il XVI e il XVII sec.

Infine, tra i paesi che registrano presenze armene in epoca remota, ricordiamo l’Etiopia. Attualmente vi risiedono circa 2000 armeni. Pietro Kuciukian a seguito di un viaggio che ha toccato nel 1998 numerosi paesi della diaspora, sottolinea, con orgoglio che “la miglior scuola del Paese è un liceo armeno, cui si iscrivono anche i residenti stranieri”.2

Tuttavia, quando si pensa alla diaspora armena si fa più facilmente riferimento a quella derivata dalle conseguenze dei massacri del 1894-96 e del genocidio del 1915, e costituita quindi dai sopravvissuti, in fuga verso paesi più accoglienti e sicuri.

Tra i paesi europei la Francia è quello che censisce il maggior numero di armeni (circa 500.000 persone), seguito dalla Polonia (circa 100.000), dalla Spagna (circa 60.000), dalla Germania (circa 40.000) e dalla Grecia (circa 30.000), e a seguire altre comunità, più esigue numericamente, come quella italiana, che conta 2000 componenti.

In Medio Oriente, la Giordania, il Libano e la Siria registrano complessivamente circa 700.000 armeni che si sono dotati di scuole, chiese e giornali propri. Tuttavia, a seconda della situazione politica, queste comunità alternano momenti di sicurezza e benessere ad altri di incertezza e precarietà. Particolarmente penalizzata è stata negli ultimi anni la comunità armeno-libanese, che dai tempi della guerra civile è andata via via assottigliandosi, avendo in molti scelto nuovamente la via dell’emigrazione.

A Istanbul risiedono circa 90.000 armeni.

La più numerosa ed importante comunità diasporica armena risiede in Nord America e principalmente negli Stati Uniti, dove vivono oltre un milione di armeni.

Se una prima immigrazione si verificò sin dal 1681, il grosso della diaspora si formò agli inizi del 1900, dopo le stragi di Adana, e soprattutto a seguito del genocidio. Va ricordato che gli Stati Uniti sin dal 1915 avevano denunciato attraverso la stampa le stragi di armeni perpetrate in Anatolia, e a partire dal 1918 si impegnarono molto efficacemente con l’invio in Turchia di missionari, personale sanitario, derrate alimentari e strutture logistiche in soccorso ai sopravvissuti. Organizzazioni filantropiche, come la Fondazione Rockfeller e il Near East Relief, intervennero con cospicue donazioni per l’istituzione, nell’immediato dopoguerra, di orfanotrofi sul posto, dove i bambini rimasti soli ricevettero assistenza sanitaria e istruzione; nell’ambito educativo era compreso anche il recupero linguistico per quei giovanissimi ospiti che avevano smarrito la memoria della famiglia d’origine e la lingua materna.3 Tuttavia, nei primi anni ’20, molti di questi orfanotrofi dovettero essere smantellati e trasferiti fuori dal territorio turco, che era da poco governato da Kemal Atatürk. Un crescente numero di profughi armeni, alcuni poco più che adolescenti, partirono quindi alla volta degli Stati Uniti, concentrandosi soprattutto in California.

La diaspora statunitense è riuscita a coniugare armonicamente integrazione e conservazione dell’armenità. Nel comprensorio di Los Angeles, quello a più densa concentrazione armena, può capitare di imbattersi in diversi negozi, specie di prodotti alimentari, con le insegne bilingui inglese-armeno, ed entrandovi, alla vista delle merci esposte che emanano aromi lontani, si ha la sensazione di esser d’un tratto catapultati in una strada di Erevan. Pubblicazioni in lingua armena – quotidiani, riviste e libri editi da case editrici armeno-statunitensi – soddisfano le esigenze della numerosa comunità e degli studiosi di questa affascinante lingua e cultura. In ambito religioso sono presenti chiese apostoliche, cattoliche e protestanti.

Questa numerosa e prospera comunità, non solo si sente parte integrante della società americana, ma percependo di aver trovato nel nuovo paese un’indubbia opportunità di benessere e sicurezza, ha ritenuto, sin dalle prime generazioni di attivarsi in campo umanitario per sostenere altri armeni meno fortunati. Non mancano infatti associazioni atte al collegamento tra la diaspora e la Repubblica d’Armenia, che promuovono molte iniziative in ambito culturale, sociale e sanitario, grazie al sostegno degli armeno-americani. In California, a Pasadena, si trova ad esempio la sede principale dell’ARS (Armenian Relief Society), che ha quasi un secolo di vita. Composta di sole donne, attua iniziative di sostegno all’infanzia povera, alle madri sole, al miglioramento degli standard sanitari in Armenia e nel contempo organizza in America corsi di lingua armena per far sì che tra le giovani generazioni la lingua dei nonni e bisnonni non vada perduta.

Il mantener viva la lingua armena tra le diverse diaspore è impresa non facile, soprattutto con il trascorrere degli anni e i passaggi generazionali. Ma se nei secoli la religione e la lingua sono sempre stati quella forza di coesione che ha protetto gli armeni dai più massicci tentativi di acculturazione da parte di popoli dominatori e dominanti, oggi gli armeni sparsi nel mondo hanno il dovere e il bisogno estremo di non perdere definitivamente il proprio patrimonio linguistico. Lingua significa coesione tra gli armeni della diaspora e legame - nonostante le diversità tra l’idioma occidentale ed orientale - con l’Armenia attuale, che alcuni definiscono, sia pur un po’ astrattamente, “Madre Patria.” Per queste ragioni, da oltre venticinque anni a Venezia l’Associazione Padus-Araxes organizza nel mese di agosto corsi intensivi di lingua e cultura armena, frequentati da persone di età diverse, provenienti in genere da Stati Uniti, Canada, Russia, Francia, Grecia e tutti gli altri paesi diasporici; non mancano ovviamente gli italiani e, dato interessante, negli ultimi anni si sono aggiunti giovani studenti turchi. In Italia, anche la Casa Armena di Milano in Piazza Velasca, organizza corsi di lingua per i membri della comunità ivi residente.

Ma come viene espresso dagli armeni della diaspora quella equilibrata dualità che li fa sentire in egual misura armeni e italiani, armeni e francesi, armeni e americani?

Uno dei più famosi figli della diaspora in generale, e di quella francese in particolare, è sicuramente Charles Aznavour, al secolo Aznavourian. Nome impronunciabile, secondo egli stesso, che venne semplificato e come tale immortalato da una lunghissima e fortunata carriera. Ma noi diremmo che il suo cognome originario venne anche mimetizzato, secondo una tendenza abbastanza comune tra gli armeni della prima generazione dopo il genocidio.

In conclusione all’autobiografia in cui esordisce raccontando le proprie origini, Aznavour con semplicità dichiara: “Quando mi chiedono se mi sento più armeno o più francese, c’è una sola risposta possibile: cento per cento francese e cento per cento armeno. Sono come il caffelatte: una volta mischiati gli ingredienti, non si può più separarli”.4 E continua la sua riflessione, sottolineando il valore culturale ed umano conferitogli dal fatto di appartenere a due culture, di aver sentito fin dall’infanzia parlare due lingue. Percezione questa molto comune tra gli armeni della diaspora.

In un’intervista rilasciata a Baykar Sivazliyan, anche Carlo Arslan dichiara di possedere una “doppia anima”5 e, a proposito delle modalità di insediarsi ed inserirsi in un paese ospitante, ricorda che “le prime cose che un armeno costruisce in un paese sono la chiesa e la scuola. È la difesa della propria identità attraverso la religione e la cultura. […] Uno dei segreti dell’unità è proprio l’unità religiosa, ma non fanatica, e la difesa della cultura e del libro”.6 E la sorella Antonia ne completa il pensiero, affermando che “l’armeno, per la sua storia di perseguitato, cerca di persuadere, non di imporsi”.7 Ed è sempre con parole sue che riassumiamo qui il concetto di armenità, ovvero quel sentimento che accomuna i tanti armeni sparsi nel mondo:

 

“ L’armenità è come una traccia esile di flauto, che l’orecchio appena percepisce ai confini dell’udito; come due profondi orientali occhi neri sotto sopracciglia foltissime, intravisti in filigrana dietro paesaggi consueti. È il tan estivo, la bevanda di yogurt acqua e sale che disseta come nessun’altra, e che solo da noi si beveva: sono i dolci di miele e d’ambrosia, sono i berek di sfoglia squisita ripieni di tutto.

L’armenità è sapere che in ogni dove c’è uno simile a te, che ha una simile storia alle spalle; che due s’incontrano in un qualsiasi caffè del vasto mondo, scoprono che il loro nome termina in –ian, cominciano diffidenti a parlare e si scoprono presto cugini. E si raccontano, e ciascuno prende piacere della storia dell’altro, e la riconosce.

L’armenità è sentire in se stessi l’eco e il ricordo delle vaste pianure dell’Anatolia e dei morti che ancora le abitano, e là hanno lasciato le flebili voci del loro rimpianto”.8

 

Note:

  1. Baykar Sivazliyan, Del Veneto dell’Armenia e degli Armeni Regione Veneto-Ed. Canova, Dosson di Casier TV 2000, pag. 28.
  2. Pietro Kuciukian, Dispersi. Viaggio fra le comunità armene nel mondo Guerini e Associati, Milano 1998, pag.101.
  3. Sull’argomento si veda: D. E. Miller e Lorna Touryan Miller, Survivors. Il genocidio degli armeni raccontato da chi allora era bambino, Guerini e Associati, Milano 2007, pp. 146-150.
  4. Charles Aznavour, I giorni prima Rizzoli Ed. Milano 2004, pp. 320-321.
  5. Baykar Sivazliyan, Del Veneto dell’Armenia e degli Armeni, Regione Veneto-Ed. Canova, Dosson di Casier TV 2000, pag. 106.
  6. Ibid. pag. 108.
  7. Ibid. pag. 107.
  8. Ibid. pag. 13.

 



 

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