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SPIRITUALITÁ ED IDENTITÀ CULTURALE


Gli armeni “sono stati per tutto il percorso della loro storia profondamente imbevuti del senso del sacro.1

Il senso del sacro era molto presente anche in epoca pagana quando gli armeni si rivolgevano principalmente a due divinità: il dio Vahagn e la dea Anahit.

Vahagn, nato da un mare purpureo, è il dio del fuoco e della luce ed incarna l’anelito alla libertà, allo spazio e alla conoscenza; è anche l’uccisore del drago – il vishap 2- che tiene imprigionate le acque piovane. La sua figura è celebrata in un inno considerato l’opera più sublime della poesia armena pagana, intitolato appunto L’Inno di Vahagn.

La dea Anahit, collocabile in una civiltà agricola di tipo patriarcale, è posta al vertice della gerarchia divina; venerata come “Madre di ogni purezza” e “Signora degli armeni”, è la dea della fertilità. Molti degli appellativi che le vengono rivolti, compariranno successivamente nel linguaggio cristiano mariano.

Religiosità, spirito di identità culturale ed attaccamento alle origini costituiranno nel corso della storia armena gli anelli di una catena che ha resistito ai numerosi strappi cui è stata sottoposta.

Per il popolo armeno la conversione al cristianesimo resta una svolta fondamentale, che ne ha condizionato nei secoli successivi tutta una serie di scelte politiche, sociali e culturali.

Tale evento, avvenuto per opera di S. Gregorio l’Illuminatore è tradizionalmente datato al 301 d.C. - e su questa data ufficiale si sono basate le celebrazioni degli anniversari della fondazione della Chiesa Armena – anche se molti storici sono più propensi a collocarlo nel 314 d.C. Con la conversione del sovrano Trdat III, l’Armenia diviene la prima nazione a proclamare il cristianesimo religione di stato. S. Gregorio era stato comunque preceduto dall’opera evangelizzatrice degli apostoli Taddeo e Bartolomeo, unitamente a quella delle vergini martiri Hriphsime e Gayiane.

Altra data fondamentale nella storia della formazione dell’identità armena è il 405 d.C. che coincide con la creazione da parte del vardapet (ieromonaco) Mesrop Mashtots dell’alfabeto armeno. La leggenda vuole che l’alfabeto sia stato dettato in sogno (o meglio tra la veglia e il sonno) da Dio al monaco predicatore, che con la sua opera rese possibile la traduzione in armeno della Bibbia e di altri testi sacri e quindi la diffusione della fede tra frange sempre più ampie della popolazione.

In questa impresa San Mesrop anticipa di ben quattro secoli quello che avrebbero realizzato nel mondo slavo Cirillo e Metodio; se poi pensiamo all’Occidente, vi si dovrà aspettare la riforma luterana per trovare l’uso del vernacolo in ambito sacro. La chiesa cattolica è invece arrivata a questa risoluzione solo negli ultimi decenni.

La realizzazione dell’alfabeto aprirà la strada non solo alla traduzione dei testi sacri, ma anche alla creazione di una letteratura religiosa classica armena, sviluppatasi a partire dal dodicesimo secolo. La figura di maggior rilievo in questo ambito è San Gregorio di Narek, ritenuto uno dei più grandi mistici di tutti i tempi e sommo poeta per gli armeni. Altri pensatori ed autori fondamentali sono San Nerses Shnorhali, San Nerses Lambronatsì e Movses di Chorene.

Risulta comunque evidente che “a partire dalla conversione ufficiale, la storia e i destini dell’Armenia risultano intimamente connessi con quelli del suo cristianesimo, per la stessa tenacia con cui gli armeni aderirono ad esso come alla propria sopravvivenza.”3 Questa componente è massimamente riscontrabile nei momenti cruciali e particolarmente drammatici della storia di questo popolo, in cui fede religiosa, identità culturale e coscienza nazionale si sono strettamente compenetrate in una forza collettiva.

Uno di questi momenti fu la guerra dei Vardanankh del 451 d.C.: in questa circostanza gli armeni, si ribellarono ai persiani che, nell’ambito di un progetto di assoggettamento politico e di assimilazione culturale, volevano imporre loro la religione mazdea. Storico è rimasto il discorso che il generale Vardan Mamikonian fece alle sue truppe il 2 giugno 451, in cui asserì: “Chi credeva che il cristianesimo fosse come un indumento, ora intenda che non può strapparlo come il colore della nostra pelle.” Fu una guerra durata oltre un ventennio, cui parteciparono attivamente anche le donne, in particolare le mogli dei generali periti in battaglia. Dopo aver avuto come momento saliente la battaglia di Avarayr, durata un giorno – il 26 maggio 451 – si protrasse sotto forma di resistenza passiva ed aspra guerriglia fino al 485. Le ostilità si conclusero positivamente per gli armeni poiché, nonostante avessero perso la battaglia di Avarayr, il re di Persia Valash acconsentì a riconoscer loro libertà di culto, coscienza e cultura.

Le condizioni di pace poste dagli armeni alla fine del conflitto appaiono molto interessanti in quanto anticipano di secoli alcuni basilari concetti di diritti umani che saranno conquiste ben più tarde, sia sul piano culturale, che giuridico e politico.

Gli armeni proclamano come irrinunciabili questi tre principi:

  1. nessuno sarà costretto a cambiare religione;
  2. nessuno sarà giudicato in base alla propria condizione sociale, bensì secondo le proprie azioni;

c. nessun provvedimento sarà preso dalle autorità verso chiunque soltanto per sentito dire, ma solo per diretta conoscenza di causa.

In tal modo gli armeni dimostrano di voler salvaguardare i propri diritti, ma sapientemente non infieriscono sull’avversario, di cui rispettano l’identità culturale e religiosa e con cui non intendono, nonostante tutto, mantenere relazioni ostili.

La guerra dei Vardanankh non fu una guerra di religione nel senso ricorrente del termine: fu piuttosto una rivolta armena in difesa della propria libertà di culto ed identità culturale. Tale evento costituisce una pietra miliare nella storia armena, non solo perché contribuì a forgiare la coscienza unitaria del suo popolo, ma anche perché condizionò le sorti della Chiesa armena. Infatti, impegnati nella guerra, gli armeni non furono in grado di partecipare al Concilio di Calcedonia (sobborgo di Costantinopoli, oggi Kadıköy) del 451 in cui oltre ad esser state dibattute basilari questioni di carattere dogmatico e canonico, furono prese decisioni relative al primato della sede patriarcale di Costantinopoli su tutte le altre sedi patriarcali orientali immediatamente dopo quella di Roma.

Dal punto di vista teologico, non ci sono però sostanziali differenze tra la fede cristologica della Chiesa armena e quella definita dal Concilio di Calcedonia. Questa comunità di fede è stata riconosciuta negli ultimi decenni dalle varie dichiarazioni comuni che i capi delle Chiese non calcedonite (copta, etiopica, siriaca e armena) hanno siglato con i Pontefici Romani. Per quanto riguarda la Chiesa armena, una simile Dichiarazione comune è stata firmata, il 13 dicembre 1996, dal Pontefice Giovanni Paolo II e dal Catholicos di tutti gli Armeni Karekin I, riconoscendo reciprocamente l’ortodossia delle rispettive formulazioni tradizionali cristologiche.

Il Catholicos di tutti gli Armeni è la suprema carica della Chiesa Apostolica Armena – così chiamata in riferimento agli apostoli Taddeo e Bartolomeo – con sede a Etchmiadzin, in Armenia, a circa venti chilometri dalla capitale Erevan. Il suo ruolo è rapportabile a quello del Pontefice cattolico, ma la sua elezione è prerogativa di un’assemblea composta da una maggioranza di laici, rappresentanti delle diverse diocesi, e una minoranza di ecclesiastici. Oltre al Catholicos di tutti gli Armeni, vi è il Catholicossato della Grande Casa di Cilicia, con sede ad Antelias (Libano, presso Beirut) e i Patriarcati di Gerusalemme e di Costantinopoli con giurisdizione per le rispettive diocesi.

Oltre alla Chiesa Apostolica armena, cui appartiene la maggior parte degli armeni, esistono anche una Chiesa cattolica armena (Patriarcato di Cilicia per gli Armeni cattolici con sede a Beirut) ed una Chiesa protestante armena, a seguito di successive opere missionarie cattoliche e protestanti.

Per chiarire meglio analogie e diversità tra la Chiesa armena e la Chiesa di Roma, ricordiamo alcuni elementi che caratterizzano la prima. Innanzitutto l’attuale liturgia armena risale al V sec. e le sue componenti principali sono: la celebrazione dell’Eucarestia con pane azzimo; la non commistione di acqua e vino (unica in tutto il mondo cristiano); Natale ed Epifania vengono celebrati assieme il 6 gennaio; le domeniche sono “Giorno del Signore” per cui non viene celebrata la festa di nessun santo (i santi armeni sono quelli della tradizione, non essendo stati proclamati santi negli ultimi secoli come nella Chiesa di Roma); le feste mariane sono tutte considerate come feste del Signore; il mercoledì e il venerdì sono giorni dedicati alla penitenza e all’astinenza; lo stesso vale per la Quaresima e per la settimana di astinenza che precedono le feste dell’Epifania, della Trasfigurazione, dell’Assunzione e dell’Esaltazione della Croce. La Pasqua coincide con quella dei cattolici da quando, agli inizi del XX secolo, gli armeni hanno adottato il calendario gregoriano.

Tra i riti più suggestivi si rammentano la Benedizione dell’acqua battesimale il giorno dell’Epifania e l’Antasdan, la Benedizione dei Campi ai Quattro Angoli del Mondo, resa nota anche da una celebre poesia del poeta Daniel Varujan.4 Si tratta di versi molto amati dagli armeni e solitamente studiati da tutti i bambini nelle scuole. Altra celebrazione molto significativa è la Festa dell’Uva, che ha luogo nella domenica più vicina all’Assunzione di Maria: durante una Santa Messa solenne viene benedetta l’uva, simbolo di vita e prosperità, e alla fine questa è distribuita ai fedeli.

Nella Chiesa Apostolica armena Battesimo, Cresima e Comunione vengono impartiti assieme e la Confessione è comunitaria.

Il clero si suddivide sostanzialmente in due categorie: i sacerdoti sposati, che hanno funzioni parrocchiali, ma non sono destinati ad una carriera ecclesiastica, e i sacerdoti celibi, che sono destinati a diventare vescovi, patriarchi e risiedono per lo più in conventi. Le suore, nella Chiesa Apostolica, sono in numero molto esiguo e si riducono a poche comunità, come quella legata alla Chiesa di santa Hripsime nei pressi di Etchmiadzin. Vi è però la fiorente Congregazione armena cattolica delle Suore dell’Immacolata Concezione, fondata a Coatantinopoli che, dagli anni venti del secolo scorso, ha la sede generalizia a Roma.

La celebrazione della Santa Messa è molto lunga, circa due ore, ma si differenzia, rispetto a quella cattolica occidentale, soprattutto nella gestualità, con il celebrante che all’atto della Consacrazione volge le spalle ai fedeli. Il rito è accompagnato da canti molto solenni, legati alla tradizione e dall’impiego ripetuto di flabelli e volute d’incenso. Anche i paramenti dei celebranti sono in genere molto più elaborati di quelli attualmente indossati dai preti cattolici.

Note:

  1. B. L. Zekiyan L’impatto con la realtà, il senso del sacro , in GLI ARMENI, Ed. Jaca Book, Milano 1998, pag. 83.
  2. Il vishap è una figura mitologica armena che, come si vedrà più avanti, viene ripresa in diversi ambiti artistici, dalla scultura più arcaica al tappeto artigianale.
  3. L’impatto con la realtà, il senso del sacro, cit. pag. 85.
  4. Di Daniel Varujan (1884-1915), figura fondamentale nella letteratura armena e vittima del genocidio, tratteremo nel capitolo dedicato alla letteratura.

 

 



 

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